La lettura di testi letterari è importante perché permette di entrare nello spirito con cui si viveva nel passato, al di là del fatto puramente storico e la drammaticità di alcune di queste storie dimostra che dalla parte del soldato di leva le cose stavano in modo abbastanza diverso da come la retorica dell'epoca le mostrava. Dobbiamo anche riconoscere che, pur nella sofferenza di abitudini di vita estranee alle natie al bisogno il soldato italiano era, come è, capace di sopportazione e sacrifici che non possono essere spiegati che coi desueti (ma veramente?) concetti di amor di patria e senso del dovere. Comunque, se si vede in quello che avanza del nazionalismo un apporto culturale e di valori al nuovo mondo della globalizzazione la prospettiva cambia notevolmente.
Da Storie di Caserma del Ten. Arturo Olivieri Sangiacomo riportiamo AI TIRI DI COMBATIMENTOe l'ultimo ed il più breve racconto, I VINTI, l'unico senza illustrazioni, di questo libro un po' retorico ed un po' amaro ma basato fondamentalmente su esperienze e ricordi personali raccontati con capacità più da letterato che da militare. L'autore fu costretto dal padre ad arruolarsi a 17 anni per la sua cattiva condotta e riuscì con la volontà di riscattarsi ad entrare nell'Accademia di Modena e divenire ufficiale. Nel primo di questi racconti, in forma di lettera ad una signora, Arturo Olivieri Sangiacomo descrive un campo in montagna ed il lettore potrà facilmente fare un paragone con quanto si è conservato e quanto è mutato da quei tempi ad oggi. Nel secondo racconto Sangiacomo ci presenta l'arrivo a Napoli dei prigionieri della battagli di Adua, cosa che quasi nessun giornale dell'epoca fece; lasciamo al lettore il giudizio morale. (Ten. Arturo Olivieri Sangiacomo, Storie di Caserma, con quindici disegni originali del pittore V. Corti e del tenente Maurizio Basso. Milano, Antonio Vallardi, 1892. Le indicazioni riguardano evidentemente una prima edizione perché la battaglia di Adua si svolse nel 1896, quattro anni dopo,)
Il secondo racconto, LA SASSATA, è tratto da La Vita Militare di Edmondo De Amicis, il celeberrimo autore di Cuore. Si tratta di una serie di racconti ispirati a fatti di cronaca (ricordiamo che De Amicis era giornalita) e rielaborati nel 1868 in volume. Il libro ebbe per molto tempo un successo notevole e fu soggetto anche a numerose traduzioni nei principali paesi europei. La purezza della lingua, specie nell'edizione del 1880, e la capacità narrativa dell'autore ne farebbero ancora un buon testo per le scuole medie. (Edmondo De Amicis, La vita Militare, Bozzetti, edizione riveduta e corretta dall'autore con alcune aggiunte, Milano, Fratelli Treves editori, 1880.)
Come avrebbero immaginato gli antichi una spedizione scientifica che si spingesse fino ai confini del mondo? In Dove Si Narra Di Una Straordinaria Spedizione Scientifica dell'Antichità, Piero Pastoretto, il nostro segretario, affronta l'argomento in un breve racconto redatto in uno stile che imita una ipotetica traduzione dal latino, rivelando buone doti di novellista oltre quelle ben conosciute di scrittore di storia. (Il racconto è inedito)
Anche una poesia per bambini può servire alla Storia Militare per ricordarci che un'educazione completa deve comprendere tutti gli aspetti ed i valori del mondo degli adulti. L'autore è Giovanni Amadio e la poesia Il saluto Militare fu pubblicata sul Corriere dei Piccoli durante la I Guerra Mondiale. Il piccolo bambino che vorrebbe essere preso sul serio quando fa il saluto militare era Gino Amadio, morto anni dopo sul suo S79 in Africa dopo aver trasmesso le laconiche parole "missione compiuta".
Abbiamo inserito, in seguito, un brano poco conosciuto, la chiusura della II giornata dei Ragionamenti di Pietro Aretino (Arezzo 1492 - Venezia 1556) , poco inerente forse alla storia militare ma divertente nella sua straordinaria comicità modernissima e "demenziale". Ricordiamo che Piero Aretino, oltre che umanista e letterato, era segretario particolare di Giovanni delle Bande Nere e visse a lungo con lui al campo seguendolo anche in guerra. (L'Aretin, poeta tosco, di tutti disse mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir: Non lo conosco!) I ragionamenti sono il dialogo tra due donne che si chiedono se far fare alla propria figlia la monaca, la puttana o la maritata; optano per la puttana per savaguardare la propria indipendenza. All'epoca la cosa non fu campresa ed il libro fu preso per un brillante racconto pornografico. Pietro Aretino fu uno dei più discussi letterati del suo tempo per il realismo delle sue opere, nella chiusura alla II giornata dei Ragionamenti una serie di paragoni bizzarri sconvolge le immagini tradizionali dell'epoca come lui stesso fa notare, ma l'immagine dei fuochi del campo eche si accendono e delle case che si illuminano come le stelle mano a mano che arrivano le avanguardie ed i reparti è certamente suggestiva, almeno quanto quella del Sole che va alla posta degli Antipodi che lo aspettano come polli balordi!
Ancora una poesia, questa volta di Gabriele d'Annunzio, che descrive una Torpediniera nell'Adriatico. Il poeta, trentenne, aveva già cominciato a dare vita al fenomeno del dannunzianesimo, un modo di vivere esaltato e confuso, estetizzante, in cui però viveva un sottofondo di ideali realmente sentiti dal poeta e che rispondevano a quelli della parte più cosciente della società. Il sentimento di una natura nella quale e con la quale vivere non è forse più che mai di moda oggi? La necessità di avere valori, anche propriamente italiani, anche come apporto originale al nuovo mondo che nasce dalla globalizzazione, non è forse sentita da un po' da tutti? Allora, certo, il nazionalismo prevaleva e la poesia descrive una torpediniera, tipologia di naviglio nuovissima per l'epoca, ma il tema vero è l'irredentismo della città italiane dall'altra parte dell'Adriatico (Zara?). Invitiamo a leggere senza fretta per non perdere la rispondenza tra assonanze ed immagini ed avremo lì, davanti a noi, la torpediniera.
Il commento al prossimo brano, La cavalla morta di Curzio Malaparte, è di Francesco Lamendola che brevemente illustra la figura e l'opera di Curzio Malaparte; la trascriviamo per intero senza ulteriori, inutili, commenti perché anche la vita di questo scrittore è degna di essere oggetto di considerazione e meditazione.
Abbiamo riportato una pagina del libro Kaputt di
Curzio Malaparte, perché ci è sembrata bella
e degna di un grande scrittore.
Figura scomoda, c'è poco da fare, quella di Curzio Malaparte;
scomoda e controversa, tanto è vero che fa ancora discutere,
e arrabbiare, i critici letterari.
Nato a Prato nel 1898 da padre di origine tedesca e da madre lombarda,
il suo vero nome era Kurt Erich Suckert. Interventista, dopo lo
scoppio della prima guerra mondiale si arruola volontario, giovanissimo,
e va al fronte; dopo l'armistizio del novembre 1918, si reca prima
a Bruxelles e poi a Varsavia, come addetto culturale del ministro
Tommasini, presso la Legazione italiana. Rientrato in Italia,
nel 1921 pubblica il suo primo libro di successo (e di scandalo):
La rivolta dei santi maledetti, dedicato alla ritirata di Caporetto.
Si mette in luce come giornalista molto dotato e diviene condirettore
de La fiera letteraria, nonché collaboratore del Corriere
della Sera. Come saggista scrive, con stile graffiante e volontà
di denuncia, L'Europa vivente: teoria storica del sindacalismo
nazionale (1923), dedicato al fascismo, e Italia barbara (1925),
un elogio "ruralista" e strapaesano dell'italiano rozzo
e, perciò, "sano". A quest'ultimo si ricollegherà,
molti anni dopo, il suo ultimo libro di successo, Maledetti toscani,
pubblicato poco prima della morte.
Aderisce al fascismo e partecipa alla marcia su Roma, ma i suoi
rapporti con il Fascio sono sempre sul filo del rasoio: anarcoide,
irrequieto, avventuroso e sempre indisciplinato, mal sopporta
ogni genere di mordacchia, sia politica che culturale. Una tipica
manifestazione della sua bruciante inquietudine, che taluno giudicherà
incoerenza o, peggio, opportunismo, è il suo vorticoso
oscillare fra Strapaese e Stracittà. Tuttavia, anche se,
nel 1926, fonda con Massimo Bontempelli la rivista 900, resta
intimamente legato a L'Italiano di Leo Longanesi e soprattutto
a Il Selvaggio di Mino Maccari, sul quale aveva pubblicato le
ballate dell'Arcitaliano (edite in volume nel 1928), nelle quali
aveva dato sfogo al suo gusto satirico e burlesco, venato di forti
umori popolareschi e il cui seguito ideale sarà, nel 1949,
Il battibecco.
Scrittore prolifico, fluviale, sempre teso a cimentarsi in nuovi
generi, Malaparte si impegna anche nel racconto, con Avventure
di un capitano di sventura (1927), in cui parla per bocca di uno
straccivendolo, e con Don Camaleo (1928), in cui se la prende
con il trasformismo di Mussolini, senza mai levarsi dalle labbra
quel suo ghigno beffardo e irritante, quel tono risentito che
nasce da una sensibilità offesa.
Dal 1929 al 1931 è direttore de La Stampa di Torino; conosce
molte lingue e viaggia in Unione Sovietica, Germania, Francia,
Gran Bretagna. Il suo libro Tecnica del colpo di Stato viene pubblicato
in Francia, direttamente in lingua francese, nel 1931. Il regime
non gradisce: al suo rientro in Italia, viene arrestato, espulso
dal partito e condannato a cinque anni di confino; che sconta,
però, solo in piccola parte, forse anche grazie alle numerose
e potenti amicizie che si è fatto nell'alta società
e nella stessa famiglia dei Savoia.
Attratto dalle esperienze più diverse e perfino opposte,
vulcanico, provocatorio, sarcastico, si è fatto un nome
con i suoi libri di notevole impatto sul pubblico e, più
ancora, con i suoi servizi giornalistici anticonformisti, sanguigni,
arrabbiati. Ma non riesce a trovar pace. Allo scoppio della seconda
guerra mondiale, viene richiamato alle armi come capitano degli
alpini e destinato dapprima al fronte occidentale, contro la Francia;
poi inviato sul fronte russo, che percorre in lungo e in largo,
dalla Finlandia all'Ucraina.
La sua fama di scrittore è legata soprattutto ai libri
che raccolgono le sue corrispondenze di guerra dal fronte occidentale,
Il Sole è cieco (nel 1941 sul settimanale Tempo; poi, in
volume, nel 1947); quelle dal fronte orientale, Il Volga nasce
in Europa (1943); e il dittico sull'Europa e sull'Italia distrutte
dalla guerra, materialmente e moralmente: Kaputt 1944) e La pelle
(1949), senza dubbio le sue pagine letterariamente migliori.
Finita la guerra, rimane per qualche tempo in Francia, poi torna
in Italia e riprende la sua carriera giornalistica, viaggiando
fra il Sud America e l'Estremo Oriente, sempre curioso di tutto,
sempre irrequieto e ribelle; questa volta avvicinandosi al marxismo
ma anche, suprema contraddizione (oppure no?), risentendo le suggestioni
della spititualità cristiana. Fino all'ultimo vuol provare
tutto, sperimentare tutto: si cimenta nel genere teatrale e scrive
Du côte de chez Proust e Das Kapital, entrambe nel 1951,
e Anche le donne hanno perso la guerra, nel 1954.
Non basta: Malaparte vuol provare anche il cinema e, per il grande
schermo, scrive e dirige il film Il Cristo proibito, nel 1950,
tratto dal suo romanzo omonimo. Interpretato da Raf Vallone, Elena
Varzi, Gino Cervi, Alain Cuny, Rina Morelli e Anna Maria Ferrero,
è la storia di un reduce di guerra che torna al villaggio
natio per scoprire chi ha tradito suo fratello, fucilato dai tedeschi
in seguito a una delazione, e che egli vuole ora vendicare Si
scontra, però, con il muro di omertà eretto dai
suoi compaesani, stanchi della guerra e decisi a dimenticarne
gli orrori. Alla fine, sarà proprio la madre del protagonista
(Vallone) a lasciarsi sfuggire il nome del colpevole; il quale,
tuttavia, otterrà il perdono, dopo che un a specie di santone
si è sacrificato, facendosi uccidere al posto del vero
colpevole.
La critica cinematografica ha accolto questo film con lo stesso
imbarazzo e le stesse reticenze con i quali la critica letteraria
ha accolto i saggi e le opere narrative di Malaparte. A denti
stretti, ha dovuto riconoscergli doti indiscutibili di regista,
in quest'unico film da lui girato nella sua vita; ma, al tempo
stesso, non si è lasciata sfuggire l'occasione per mettere
il dito sulle piaghe, vere o supposte, sia dell'impianto registico
che del linguaggio espressivo. Il Morandini, ad esempio, scrive
che Il Cristo proibito, "unico film dello scrittore toscano
(1898-1957), ne esibisce i vizi più che le qualità:
effettistico, compiaciuto, provocatorio anche se qua e là
lampeggiante di talento". Già, il compiacimento: è
una delle cose che più danno fastidio, in Malaparte - almeno
ai suoi detrattori -: quel bisogno narcisistico di mettersi sempre
al centro della scena, di riflettere sempre il mondo nella propria
persona.
Mentre viaggia come giornalista in Russia e in Asia, raccogliendo
i materiali che, poi, formeranno l'opera postuma Io, in Russia
e in Cina (1958), i medici gli diagnosticano un tumore maligno:
così. crediamo, lui avrebbe preferito che si dicesse, e
non quel pudibondo e ipocrita "male incurabile" che
è d'obbligo fra le persone socialmente corrette. Trasportato
in Italia, si spegne, dopo una lunga agonia, nel 1957.
La scomodità e l'ingombranza del personaggio è testimoniata
dal silenzio assordante, o quasi, che gli hanno dedicato i curatori
delle antologie e delle storie letterarie per le scuole medie
superiori. In molte di esse il suo nome compare solo di sfuggita,
mentre, come è noto, una ventina di ani fa c'è stato
un tentativo, per fortuna abortito, di contrabbandare fra i grandi
nomi della nostra letteratura perfino Alberto Moravia, che non
è mai stato capace di scrivere una pagina come quella della
cavalla morta, da noi sopra riportata.
Gli ha nuociuto, senza dubbio, non tanto il suo passaggio dal
fascismo al comunismo, avvenuto nel secondo dopoguerra - quello,
semmai, agli occhi della cultura dominante, era un titolo di merito,
o almeno una attenuante -, ma il peso non eliminabile che la sua
opera ha avuto nel contesto della cultura fascista.
Ha scritto di lui Nino Tripodi, che pure è stato un severo
censore degli intellettuali voltagabbana dell'Italia repubblicana
e democratica, nel suo libro Intellettuali sotto due bandiere
(Roma, Ciarrapico Editore, 1981, pp. 394-395):
"Un grande figliol prodigo alla ricerca del perdono fu,
tra i letterati italiani, Curzio Malaparte. Merita un discorso
a sé, sia per l'obiettivo valore artistico, sia perché
non catalogabile nel magma degli intellettuali trasmigrati da
una bandiera all'altra appena la prima fu ammainata per il disfavore
delle armi. Le sue contraddizioni, la sua ambiguità. Furono
il frutto di inquietudini che lo accompagnarono tutta la vita,
ovunque abbia militato, con chiunque si sia accompagnato.
"È vero che Malaparte diede al fascismo contributi
essenziali e penetrativi oltre la contingenza episodica, come
per esempio molte pagine dell'Europa vivente. Ma è altrettanto
vero che, se dal fascismo ebbe fama ed onori, ebbe anche carcere
e confino di polizia. È vero che al cattolicesimo offrì
sentimenti di fede, facendosi addobbare, pochi giorni prima di
morire, in clinica, con commovente umiltà, una mensola
con un altarino, con immaginette di santi, cuori di stagnola e
statuine di gesso pitturato, chiedendo e ricevendo il battesimo
e la prima comunione. Ma è altrettanto vero che, morendo,
regalò una villa ai comunisti cinesi e che il suo ultimo
pensiero - secondo alcuni, l'ultimo suo testamento di fede politica
- possa essere connesso agli scritti inviati dalla Russia e dalla
Cina a un quotidiano milanese, cronache che è difficile
non considerare apologetiche del materialismo marxista.
"Fosse intima e perpetua delusone la sua di fronte a un mondo
sempre incompiuto, fosse distaccato abuso letterario di una penna
cui le possibilità dello scrittore consentivano di chiedere
tutto e il contrario di tutto, certo è che la sua personalità
politica, lancinata dalle antitesi, non può essere interpretata
con la chiave semplicistica di un versipellismo improvviso, a
guerra perduta. Ma neppure può essere del tutto estirpata
dal terreno mussoliniano, prendendo per buona la tesi di un suo
fascismo da scialo o per copertura. (
)
"L'antifascismo ha così respinto Malaparte, come più
di una volta lo aveva respinto la mano secolare del fascismo.
Ed è strano che lo abbia respinto persino il comunismo,
nonostante la congenita inclinazione a coprire chiunque si sia
rifugiato nel suo grembo. Quando nel 1966 uscì postumo
il suo libro Diario d'uno straniero a Parigi, scritto da Malaparte
nel 1947, i comunisti italiani gli contestarono su Paese Sera
il diritto di chiamarsi resistente e gli negarono l'indulgenza
che quelle pagine in fondo imploravano."
Quanto a noi, non abbiamo alcuna intenzione di ergerci a giudici
di Malaparte, sia pure per "assolverlo"; non pensiamo
ci spetti questo diritto.
Delle sue idee politiche, o delle sue contorsioni politiche, giudichino
altri.
Solo, ci infastidisce il fatto che, dopo il 1945, la cultura dominante
abbia usato due pesi e due misure, "assolvendo" ex fascisti
passati al comunismo come Cesare Pavese, e respingendone altri,
come Malaparte; questo sì. E ci dà tanto più
fastidio, in quanto i meriti - o i demeriti - dello scrittore,
in entrambi i casi (e in molti, molti altri) sono stati subordinati
al criterio del "politicamente corretto", secondo i
canoni della Vulgata resistenzialista.
Ci è piaciuto riportare il brano della cavalla morta, tratto
dal suo libro probabilmente più famoso, Kaputt, perché
ci sembra sia un bel brano di prosa e - nonostante qualche eccesso
barocco -, degno di stare fra i migliori della letteratura italiana
del Novecento.
Non ne faremo un commento né un'analisi dal punti di vista
letterario, perché ci sembra vi sia, oggi, un eccesso di
critica letteraria, così come Nietzsche trovava che vi
fosse un eccesso, nell'Europa di fine Ottocento, di storia e di
storiografi. Quante cantonate hanno preso i signori critici, del
resto; o, peggio, quante volte si sono piegati ad assecondare
e a plaudire la parte politicamente vincente, dando invece l'ostracismo
a quella sconfitta. E tale è stato, in larga misura, anche
il trattamento riservato a Malaparte, come si è visto.
L'Italia, Paese di santi, di artisti e di navigatori, è
anche la Repubblica dei critici letterari; anzi, per meglio dire,
la Dittatura dei critici letterari. Malaparte lo sapeva bene,
quando (in Italia barbara), parlava "di quella specie propriamente
nostrana di rivoluzionari che sono i pedanti", specie che
è "in sommo grado politica". E quelli non gliel'hanno
mai perdonata.
Pazienza.
Ma il lettore comune, sarebbe ora che prendesse un po' più
di coraggio e cominciasse a leggere, e soprattutto a pensare,
con la propria testa e con i propri gusti. Staremmo freschi, se
dovessimo leggere solo le pagine e gli autori ai quali lorsignori
concedono il nihil obstat; e, soprattutto, se dovessimo attenerci
ai loro giudizi di valore.
Grazie al Cielo, non è ancora necessario uno speciale permesso,
per comperare e leggere qualunque libro, anche se i critici storcono
il naso e fanno i difficili.
Che se ne vadano pure al diavolo.
Una bella pagina di letteratura non cessa di essere bella, per
il fatto che a loro non piace.