Ecco un bel libro in formato elettronico di cui abbiamo due autorevoli recensioni dei proff: Edward N. Luttwak e Piero Pastoretto
Gennaro Tedesco, L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina secc. VI-XIV,
e-book, Media Aetas 5, Collana di Studi Medievali, Fregene, Edizioni Spolia, 2010.

Gennaro Tedesco nasce innanzitutto come un uomo di scuola e della Scuola. Ex docente dei licei, esperto a livello nazionale di didattica e soprattutto didattica della storia, autore di un numero straordinario di interventi su riviste specializzate e sul web, sia nel settore specifico di cui si interessa, sia, più in generale, nello stato (certo non felice) in cui versa attualmente l’ordinamento scolastico italiano, attualmente presta la sua opera presso l’ANSAS-NTL, Agenzia Nazionale per Lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica - Nucleo Territoriale della Lombardia - Milano (ex IRRE-Lombardia ) .
Ma Tedesco è anche uno storico meridionale (è nato a Salerno) che avanza un'interessante tesi di fondo, tanto condivisibile quanto paradossalmente poco diffusa in ambiente nazionale: l’influenza greca nel Meridione della Penisola non può considerarsi un hortus conclusus con i lunghi secoli di dominazione romana e la creazione di una sorta di koiné greco-latina; al contrario essa riprende e si diffonde gagliardamente dalla formazione dell’Impero bizantino sino almeno al secolo X, lasciando retaggi culturali, sociali e politici (oltre che linguistici, di costumi e di monumenti architettonici) tutt’ora vivi e operanti nelle regioni meridionali della nostra Nazione.
Se dunque vorremo sapere autenticamente chi siamo e chi siano le popolazioni del nostro Mezzogiorno, non basterà contemplare i templi di Agrigento o di Paestum, e neppure visitare i musei di Taranto o Siracusa, ma occorrerà soprattutto conoscere la storia dell’Impero Romano d’Oriente, indissolubilmente intrecciata con la storia patria dell’Italia Peninsulare; rilevandone così i secolari contatti, gli intrecci politico-religiosi e, per dirla in una parola, le matrici storiche e culturali che legano indissolubilmente la Penisola meridionale a Bisanzio. Contatti che, per aggiunta alla derrata, divennero tanto più vivaci ed incisivi, quanto più andavano rarefacendosi quelli con la cultura latina ormai esangue e sempre più barbarizzante che proveniva da Roma. Una città ormai più estranea alle popolazioni dell’antica Magna Grecia, per lingua, costumi ed istituzioni, di quanto non lo fosse Bisanzio.
Di questo interessante e poco apprezzato aspetto Gennaro Tedesco si è già specificamente occupato in passato nella sua pubblicazione Una Rivoluzione in Occidente. L’Italia meridionale bizantina nella storiografia più recente, Roma, 2000, oltre che in numerosi articoli alcuni dei quali sono pubblicati sul dominio arsmilitaris della SCSM.
Dall’introduzione che precede si conclude che Gennaro Tedesco è uno dei pochi storici italiani specializzati in bizantinistica, un settore troppo trascurato sia nella scuola che nelle nostre università, mentre è ben più coltivato all’estero, dove ad esempio il professor Luttwak costituisce un’autorità internazionale. E soprattutto si evince che l’Autore ha una propria tesi di non indifferente spessore, da portare avanti e da dimostrare con la sua opera che stiamo proponendo.
Tale innovativo orientamento prospettico, che considera la storia di Bisanzio non come estranea, ma come viva e operante nella storia della seconda metà del primo millennio della nostra Penisola, richiede tuttavia una preventiva diffusione della cultura e della storia bizantina tra il poco informato pubblico italiano.
A questo scopo è appunto indirizzato il presente e-book, per il quale l’Autore ha però scelto uno schema espositivo del tutto personale. Uno schema in cui, anziché affrontare i rapporti tra i Cesari d’Oriente ed il Meridione con un approccio tediosamente storicistico, egli raccoglie un’eccellente antologia bizantina (nel senso greco del termine, poiché sceglie non soltanto gli autori, ma anche i passi) di voci storiche, cronachistiche e letterarie, per la maggior parte non ufficiali, che scrivono, commentano, polemizzano e disquisiscono intorno ai problemi del limes occidentale dell’Impero.
Un argomento tematico di tale impegno, cioè i rapporti sempre vivi ma contrastati tra Costantinopoli e l’Italia meridionale, può essere infatti “letto” attraverso la mediazione ed il commento sapienti dello storico, oppure direttamente “vissuto” nelle pieghe delle testimonianze autentiche dei contemporanei, consapevoli più di noi di ciò che stava accadendo, ed in grado perciò di ricavarne giudizi, giusti o sbagliati che fossero.
Nel caso di questo lavoro del prof. Tedesco,, il fruitore è chiamato a “vivere, plus quam legere” la storia. Non è un compito facile per il lettore, in quanto si tratta di un “vissuto” che non non si adagia sulla preventiva e limpida linearità della penna dello storico, il quale, da competente, si incarica di sbrogliare le matasse più intricate. Qui invece il fruitore diventa un interprete che deve discernere e discriminare tra un dibattito polifonico e caleidoscopico generato da tutta una serie di passi, spesso contraddittori, spesso palesemente di parte, proposti dal compendiatore con il semplice sussidio, sempre gradito, di un commento introduttivo per ogni capitolo; pregevole e chiarificatore senz’altro, ma pur sempre sintetico, in modo da lasciare volutamente il massimo spazio alle voci dei contemporanei. Si tratta dunque di un “vissuto” e di un “vivente” che richiedono, a chi li affronta, non soltanto una preventiva conoscenza almeno sommaria della storia bizantina, ma anche una "marcia in più" – come si direbbe oggi – o l’esercizio di uno concreto ésprit de finesse, come si sarebbe detto ieri.
Nel passare meritevolmente in rassegna i numerosi autori (per la precisione, ventitré) che si sono occupati, poco o tanto, dell’Italia peninsulare dal VI al XIV secolo, Gennaro Tedesco ci offre insieme una visione prospettica dei delicatissimi rapporti con la realtà italica e delle scelte politiche adottate nei suoi confronti dagli Imperatori romani d’Oriente nel corso appunto di otto secoli. Il tutto, naturalmente, filtrato dalla visione personale degli storiografi esaminati, nonché dal messaggio e dal tipo di pubblico al quale essi intendevano rivolgersi: il partito filo o anti imperiale, l’aristocrazia terriera, il ceto burocratico-amministrativo, il mondo monastico ed ecclesiastico, e non ultimo l’ambiente militare.
In effetti, prendersi una cura sollecita e tutta particolare della Penisola italica era, per il potere dei basiléis di Bisanzio, un solenne imperativo categorico la cui formula riprendeva, in un certo senso, il celebre verso 96 del libro III dell’Eneide: «Antiquam exquirite matrem!». Un atavico richiamo, una costante nostalgia nel senso letterale del termine, che, se allo storico comune risulta del tutto plausibile ad esempio nell’età giustinianea, appare perlomeno strabiliante che rimanesse così forte e intatta ancora nel secolo X o XI.
Un imperativo che obbediva in fondo ad una precisa esigenza psicologica e ad un motivo costante di propaganda ideologica, politica e persino mitografica; poiché la prisca Roma, sempre più estranea culturalmente, politicamente e persino religiosamente alla nova Roma di Costantinopoli, rimaneva pur sempre il fondamento primo, la ragion d’essere stessa e il nido atavico da cui aveva spiccato il volo l’aquila dell’Impero su cui i basiléis regnavano, e che si fregiava del titolo sublime ed universale di “Romano”.
Ciò non toglie che la politica degli Imperatori greci avesse numerosi altri, e gravissimi, problemi con cui confrontarsi nel corso della sua storia plurisecolare: la violenta pressione, dapprima degli Achemenidi persiani, poi degli Slavi ed infine degli Arabi, sui confini orientali dello Stato; la questione dell’ordine interno, minato in un primo tempo dalle eresie monofisita e nestoriana e poi dall’iconoclastia e dallo scisma; non ultimi venivano poi i problemi militari, amministrativi, economici e sociali sempre più alimentati dalla perdita delle province più ricche e dal lento disfacimento ed impoverimento anche demografico di un Impero che si avviava ad essere decrepito già ben prima della sua scomparsa nell’anno di grazia 1453.
L’eco di questa politica necessariamente basculante fra il Westfront e l’Ostfront dell’Impero – la prima caratterizzata dalla riconquista giustinianea dell’Italia e dal forte spirito di rivendicazione del periodo dei Comneni, con addirittura il vagheggiamento di riportare la capitale a Roma, e la seconda dalla rottura completa con la Penisola determinata dall’iconoclastia, dalla separazione scismatica delle due Chiese e dai pericoli mortali che venivano da Oriente – si riscontra punto per punto ripercorrendo la storiografia e la cronachistica contemporanee agli avvenimenti. Una storiografia di corte, osserva l’Autore, mai sciatta, sempre dotta, obbediente alle regole puntuali della retorica e rivolta in un primo momento al colto ceto burocratico-senatoriale e successivamente in primo luogo agli intellettuali ecclesiastici e monaci, ora favorevoli, ora contrari alla politica degli Imperatori verso il limes occidentale.
La monotonia e «l’uniformità tipizzante», come le definisce Gennaro Tedesco, del massiccio ricorso alla retorica presenti nelle fonti trattate, non vanno però giudicate come sintomo di una sterile fossilizzazione letteraria, ma al contrario sapientemente «decodificate» come dovute alla «ricerca di ridurre la sfuggente molteplicità del reale agli schemi eterni – e perciò sicuri – dell’arte argomentativa» (p. 24).
Analizzando con cura le sue fonti, Gennaro Tedesco individua e distingue quattro periodi principali dell’interesse manifestato dagli autori bizantini nei riguardi dell’Italia meridionale e peninsulare:
– l’età giustinianea (VI secolo);
– la prima età macedone (secolo IX – metà secolo X);
– la seconda età macedone (metà del secolo X – secolo XI, ossia gli storici dopo Costantino Porfirogenito);
l’età comnena (secoli XI e XII).
Negli otto capitoli in cui vengono disposti, non sempre in ordine cronologico, questi periodi, è possibile per il lettore ripercorrere, attraverso le fonti proposte, l’intera summa della storia della Penisola meridionale a partire dal VI secolo. Compaiono così, nelle cronache sottoposte al nostro giudizio, Teodorico, Teia, la guerra Gotica, i Longobardi, i Franchi, il Sacro Romano Impero, Ludovico II, Alessio I, Basilio I e II, Costante I e la sua riconquista della talassocrazia strappata agli arabi, Costantino Porfirogenito. Insomma, l’Autore ha curato attentamente che le fonti riportate coprissero tutto l’arco dei secoli affrontati e che nessun avvenimento storico particolare andasse trascurato o perduto.
Se ci è concesso dare un giudizio sugli storici e cronisti raccolti negli otto capitoli dell’opera, abbiamo apprezzato particolarmente, ma è un parere del tutto personale, Procopio da Cesarea con i passi tratti dalla sua Guerra Gotica, in cui ripropone l’ormai abusato (soprattutto dalla Chiesa) leitmotiv della superiorità morale dei barbari sui romani e sui greci; ed il suo contemporaneo Agatia Scolastico, che vagheggia invece una convivenza pacifica tra barbari e romani. Successivamente è apparso a nostro avviso molto interessante il monaco Teofane Confessore e la sua Cronografia, con la pleiade dei suoi continuatori, comunemente compresi sotto il nome di Teofane Continuato, tra i quali spicca Teofilo. Intenso infine, anche dal punto di vista estetico ed artistico, è il lucido passo di Anna Comnena riportato nel capitolo VII, con il quale la principessa descrive la figura di Roberto il Guiscardo.
Felice ci appare poi la scelta dei passi, e dei personaggi messi in risalto da Gennaro Tedesco. Ad esempio quella che si trova nel capitolo III e che è tratta da uno dei continuatori della Cronografia, il quale ci presenta la figura del Soldano prigioniero a Napoli, che non sorride mai, e si avvicina felicemente per stile a quello della novellistica più che a quello paludato della storia.
Che dire ancora? Se, prima di lasciare spazio alla ben più sintetica ma autorevole recensione del prof. Luttwak ci fosse concesso un suggerimento all’Autore, sarebbe quello di continuare nella sua raccolta antologica delle fonti. Scegliendo magari, per la sua prossima pubblicazione storica, quelle di origine italica oppure greca residente nella Penisola: storici, cronisti, monaci, catapani, drungari, memorialisti, barbari, franchi, arabi, normanni, nobili, autorità civili e politiche etc. A cominciare, ad esempio, dalla piccola perla del manoscritto anonimo bizantino del sec. XI-XII ritrovato ad Elea, sul quale il prof. Tedesco ha scritto un bell’articolo che si può leggere sul nostro dominio. Sarebbe forse un felice contrappasso agli autori greci presentati in questo e-book. Un e-book che consigliamo vivamente a tutti di leggere e, naturalmente… di “rivivere”.
Piero Pastoretto
Recensione del prof. Edward N. Luttwak
Per i Romani del principato abbiamo una tale richezza di dati archeologici, epigrafici e numismatici che le fonti narrative hanno un ruolo spesso secondario nello studiare i principali passaggi e problemi. Quando si arriva al più tardo impero che chiamiamo bizantino per moderna convenzione, la povertà di altri dati ci obbliga a costruire le nostre analisi sulla base di fonti narrative notoriamente mancanti in continuita', completezza e coerenza, per non parlare di affidabilità documentaria. Concentrandosi sulle fonti narrative e le precendenti analisi storiografiche delle stesse per l'Italia meridionale, Gennaro Tedesco è riuscito a recuperare dalle stesse molto di più dei suoi predecessori, per due ragioni: la delimitazione geografica e non temporale, che gli permette di osservare tutti gli strati cronologici in un insieme, e la precisione storico-filologica con cui ha trattato fonti narrative che assolutamente non offrono alcuna precisione. Così facendo, Tedesco ha illuminato un intero territorio storiografico per il crescente numero di studiosi che si occupano di Bisanzio come tale, oppure della storia tardo-antica e medievale dell’Europa e dell’Italia.
Edward N. Luttwak
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Con vero piacere Piero Pastoretto ci presenta:
Domenico CARRO,
Corazzata Roma. Eccellenza e abnegazione per la Patria
Roma, Cooperativa Sociale Eureka, 2011, pp.147. Ed. fuori commercio.

L’Ammiraglio Domenico Carro è uno storico navale che gode di grande stima in Italia ed all’estero, specializzato, ma non solo, in storiografia navale e marittima dell’antichità romana. Cura ed edita un proprio sito dedicato a questo campo di ricerca, www.Romaeterna.org, ed è autore di numerose pubblicazioni, ad iniziare dalla collana “CLASSICA”, uscita in dodici volumi per conto della “Rivista Marittima” negli anni 1992-2003. Ha pubblicato inoltre studi qualificati come Roma Navale e un volume di studi storici dal titolo Saggi classici, oltre ad opere di divulgazione storica come Maritima e Navales Tabulae.
Presentiamo qui un volume che esula dagli specifici interessi classici dell’autore, poiché è stato realizzato per il lodevole progetto “Una città di eroiche memorie”, con il contributo di ROMA CAPITALE.
Con la consueta e sobria chiarezza espositiva che caratterizza tutte le sue opere, Domenico Carro affronta in questo volume la purtroppo brevissima vita operativa del Roma (i nomi di tutte le navi italiane esigono l’articolo al maschile), nave da battaglia italiana che portava l’augusto nome della città eterna e che fu la più grande e potente corazzata costruita in Italia e, in pratica, tra le più moderne dell’intero secondo conflitto mondiale: un colosso da 46.000 t. a pieno carico, che poteva sviluppare l’impressionante velocità di 32 nodi, era dotata di un’avanzatissima tecnologia elettromeccanica e soprattutto di eccellenti artiglierie, superiori a qualunque altro pezzo straniero di calibro eguale o superiore, i cui proietti potevano raggiungere i 42.800 metri di gittata.
Ultima, dopo il Vittorio Veneto. delle tre corazzate classe Littorio, il suo progetto era stato ulteriormente migliorato ed affinato rispetto alle unità sorelle.
L’autore si prefigge il compito di illustrare sobriamente le caratteristiche tecniche del Roma ed allo stesso tempo di presentare al lettore medio, per lo più completamente (e, aggiungeremmo, colpevolmente) digiuno di storia militare patria, l’effimero servizio operativo di questa sfortunata nave (varata il 9 giugno del 1940 e colata a picco il 9 settembre 1943: un giorno prima dell’entrata in guerra e il giorno dopo l’armistizio), destinata ad una fine tanto tragica. Il tutto in una forma letteraria che non risultasse né arida, né esclusivamente storica.
L’Ammiraglio Carro risolve brillantemente queste esigenze introducendo la voce narrante e «il racconto apocrifo ma veritiero» di un personaggio fittizio, un giovanissimo Guardiamarina del Corso “Squali” che, insieme a tredici suoi compagni d’Accademia, s’imbarca sul Roma alla Spezia il 15 aprile del 1943. La viva narrazione del Guardiamarina, subito conquistato dalla forza, efficienza e modernità che la stessa nave esprimeva in tutti i suoi aspetti, consente tanto di rendere graditi al lettore i pur necessari requisiti tecnici, quanto di trasformare in appassionante - attraverso il pathos ed il drama provenienti dal personaggio che narra in prima persona - un discorso storico che potrebbe altrimenti risultare troppo freddo, se non addirittura noioso, a chi non ha dimestichezza con le letture storiche.
Man mano che la vicenda si avvicina all’ora fatale delle 15.52, allorquando la seconda bomba radioguidata tedesca cadde tra la torre 2 da 381 e la torre da 152 di sinistra, la narrazione si fa più serrata ed avvincente, pur senza nulla concedere alla facile retorica (chi narra è pur sempre un “uomo di mare e di guerra”, come recita la Preghiera del Marinaio), né alla fantasia, ma rimanendo saldamente e rigorosamente legata alla realtà dei fatti. Si passa così - attraverso il filtro delle notizie che trapelano giungendo alle orecchie dei giovani Guardiamarina e Sottotenenti del G. N. del Corso “Squali” nel loro “quadratino ufficiali” - dall’esaltante certezza, ancora l’8 settembre, di essere sul punto di salpare con tutta la Forza Navale da Battaglia per affrontare, a costo dell’olocausto finale, l’intera flotta d’invasione alleata davanti a Salerno, ai messaggi contraddittori di Supermarina che giungono da Roma, nei quali l’eroica missione si trasforma nella desolante e odiosa direttiva di autoaffondare o di consegnare la propria nave al nemico per obbedire alle clausole dell’armistizio di cui la Regia Marina ed il suo ministro, Amm. de Courten, erano stati tenuti all’oscuro dal governo.
Fu, per quegli uomini ormai ardentemente votati al sacrificio della vita, «il più amaro degli ordini»; un sacrificio ben peggiore di quello della vita al quale erano preparati, un sacrificio che implicava il loro onore di Ufficiali italiani di Marina, il rispetto del giuramento fatto al Re e la dedizione assoluta verso la sacralità della bandiera. Un sentimento ben difficile da spiegare, da parte dell’autore, alle generazioni contemporanee, così lontane ed estranee da certi valori oggi disattesi (per non dire vilipesi) dalla cultura e dalla morale corrente.
Segue, nelle convulse ed oscure ore della navigazione, l’incertezza della rotta fino a quando trapela, tra i giovani “Squali”, la notizia che la meta della missione era La Maddalena, dove sembrava che dovesse rifugiarsi il Re con il governo; illusione presto infranta, quando si seppe che la base navale era stata occupata dai tedeschi, con la conseguente inversione della rotta e, infine… l’allarme aereo. Un allarme che poi risultò, alla luce dei fatti, un beffardo e cinico gioco del fato contro la più bella nave della Regia Marina, poiché quei bombardieri tedeschi i cui piloti adesso dirigevano le loro bombe radioguidate verso la possente squadra italiana, fino al giorno prima, cioè l’8 settembre, erano destinati ad accompagnarla per la sua ultima missione e ad indirizzare quelle medesime bombe contro le navi alleate.
Il dramma di bordo scoppia in tutta la sua potenza, idealmente come l’ordigno radioguidato tedesco, quando l’esplosione delle riserve delle munizioni fa saltare letteralmente in aria le 1591 tonnellate della torre trinata n. 2, e la micidiale vampa che ne scaturisce annienta la plancia ammiraglio e la plancia comando del torrione, uccidendo all’istante sia il Comandante del Roma Adone Del Cima, sia l’Ammiraglio Carlo Bergamini, i quali scompaiono nelle fiamme con tutto il loro Stato Maggiore.
Il personaggio narrante, responsabile della torre 3 da 152 mm antiaerea e antinave, rimasto illeso insieme ai serventi del suo pezzo, ha modo di osservare le raccapriccianti scene degli ustionati e mutilati di quella che era stata il vanto della cantieristica e della Regia Marina. Nessuna scena di panico o di isterismo davanti ai suoi occhi, ma soltanto una corsa a soccorrere i feriti ed a metterli in salvo, in cui semplici marò ed ufficiali facevano a gara di generosità a costo delle proprie stesse vite. Poi, la messa a mare degli zatteroni carley, ed il salvataggio del Guardiamarina a bordo del Ct. Artigliere. Ultima visione del dramma, che è descritta con autentica anche se sobria commozione, è il Roma che si spezza in due al centro e affonda con la metà prodiera in posizione verticale a nascondere il sole agli occhi dei naufraghi: «Ma quando, per ultimo, scomparve nei flutti anche il purpureo stemma dell’Urbe che ornava l’estremità della prora, si alzò spontaneo il grido con il quale si usava andare al combattimento: “Viva l’Italia, Viva il Re!” seguito da un ancor più commosso “Viva il Roma!”». Dei più di 1.900 uomini di equipaggio, soltanto 622 furono i superstiti, e molti di questi morirono nelle ore successive per le gravissime ustioni.
Il narratore, finalmente tornato in patria dopo le vicissitudini toccate a lui, ai superstiti della sua nave ed agli equipaggi delle unità di scorta della FNB che preferirono farsi internare nel porto spagnolo di Mahón a Minorca piuttosto che consegnarsi a Bona, cerca infine di trovare una ragione ed un senso positivo all’apparentemente assurda tragedia della nave ammiraglia Roma e del suo equipaggio (tra il quale anche alcuni “Squali”, cari compagni del suo Corso), affondati nei flutti del Mediterraneo a guerra appena conclusa da coloro che fino al giorno precedente erano i loro alleati contro un nemico comune.
L’autore non vuole collocare temporalmente le sue riflessioni: potrebbero infatti essere datate indifferentemente all’indomani dell’entrata dell’Italia nella NATO (1949), come alla fine della sua carriera in Marina con il grado di Ammiraglio di Divisione. È invece più importante osservare che, poiché egli non può rassegnarsi a chiamare in causa la cieca Fortuna nel senso latino del termine, ritrova conforto per il suo tanto ricercato perché di una simile orrenda ed inutile vicenda di guerra, in un motivo semplice, ma puro, alto e nobilissimo allo stesso tempo; un motivo ed un senso che possono riassumersi in una breve frase latina che titola il settimo e ultimo capitolo del volume, un inciso che fu motto prima degli arditi e poi ripreso dai partigiani, e che ben si adatta al parlar laconico degli Ufficiali di Marina e di tutti i militari che abbiano conosciuto la guerra.
«UT PATRIA RESURGAT!».
E, grazie anche al sacrificio del Roma, potremmo aggiungere, a postilla dell’intera vicenda narrata, la conclusione: … et resurrexit enim, tandem, Patria nostra.
A corredo della dolorosa vicenda personale del Guardiamarina, della tragedia corale di tutto l’equipaggio della Regia Nave Roma e, più in generale, dell’intera Marina italiana, il volume offre degli utilissimi box, per così dire, didattici e storici: i cilindri “Pugliese"; la bomba radioguidata Ruhrstahl SD 1400 “Fritz X” che affondò la corazzata insieme a 1400 uomini del suo equipaggio; il testo del messaggio di Badoglio alla Nazione delle 19.45 dell’8 settembre; le clausole riguardanti la Marina Militare italiana del trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947).
Piace, infine, la citazione del verso del Carmen saeculare di Orazio che fa da premessa a tutto il volume: "(Alme sol) Possis nihil Urbe Roma visere maius". Una citazione classica e solenne, che ben si attaglia alla severità della tragedia che il 9 settembre del 1943 ha colpito la Regia Marina e tutti gli Italiani «ut Patria resurgat».
Piero Pastoretto
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Basato sulle schede bibliografiche di uno dei maggiori studiosi di oplologia ( e non solo) del ‘900, Carlo de Vita, è uscito uno dei più importanti sussidi che gli storici possano avere a disposizione.
Siamo orgogliosi di essere stati tra i suoi migliori amici e di avere goduto della sua stima.
Assolutamente da non perdere non solo dai ricercatori ma anche da ogni appassionato.
LE ARMI ANTICHE
di CARLO DE VITA, MARCO MERLO e LUCA TOSIN
GANGEMI EDITORE SpA ROMA – piazza S. Pantaleo, 4

Gli studi sulle armi antiche stanno conoscendo negli ultimi anni un enorme incremento e diversificazione. Dagli studi di tradizione storico-artistica, museologica o di catalogazione sull’oggetto-arma, fino a quelli di storia militare, economica e produttiva, l’abbondanza e la varietà di libri e articoli ha reso complessa la realizzazione di bibliografie d’ampio respiro. Questo volume si propone di rispondere all’esigenza di un’opera bibliografica unitaria che tenga conto dei più recenti sviluppi della disciplina: accanto agli studi generali e tipologici sulle armi, le fortificazioni, le armi bianche e le armi da fuoco, sono raccolti anche gli studi sulle fonti, le armerie, le aste, i cataloghi di mostre e le grandi collezioni, così come gli studi di interesse produttivo e di costume e sulla legislazione vigente in materia di armi. La scelta dei titoli presenti in SBN (Servizio bibliotecario nazionale) deriva dalla volontà degli autori di coniugare la raccolta del materiale bibliografico edito con l’effettiva reperibilità dei testi sul territorio nazionale. Bibliografia quindi, che non sia una semplice raccolta dell’edito, ma una selezione ragionata degli studi disponibili per fornire un utile supporto agli studiosi e agli appassionati di armi antiche.
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Ancora un contributo alla nostra storia nel segno del 150 dell’Unità d’Italia,
un bravo a Renato Boldini ed alla signora Valentina Conti, fondatrice della casa editrice.
Renato Biondini
casa editrice Affinità elettiv di Ancona

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, questa pubblicazione sfata luoghi comuni e credenze consolidate su come avvenne il processo che ne portò all’unificazione. In particolare, fuori da preconcetti ideologici, questa ricerca storica sul Risorgimento italiano evidenzia un risultato inedito: l’importante ruolo svolto dalle moderne artiglierie a canna rigata, molto più potenti e precise di quelle tradizionali, che impegnate nelle varie campagne militari dal 1859 al 1861 ne determinarono gli esiti, contribuendo all’unificazione italiana.
Tel/Fax 071 9941852 | e-mail: info@edizioniae.it
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Il volume che segnaliamo è già uscito ma riteniamo che sia utile a tutti conoscere le problematiche proposte, a tal fine pubblichiamo anche alcune note dell'autore, che si mostra un vero appassionato, e un breve stralcio del libro.
Franco Minusso
PODGORA LE PRIME SEI BATTAGLIE DELL'ISONZO.
LA CONQUISTA DI GORIZIA
Gino Rossato Editore, 2008
NOTE DELL’AUTORE:
Con questa presentazione, vorrei spiegare ai Lettori cosa mi ha spinto a scrivere questo libro, goccia piccolissima in quel mare di pubblicazioni che (fortunatamente) riempie il panorama editoriale attuale.
È vero che, fino a pochi lustri fa, l’argomento 1° Guerra Mondiale era ristretto e trattato da una piccola schiera di studiosi ed appassionati, ma ormai molti decenni sono passati da quei tragici avvenimenti; molte fonti storiche sono diventate accessibili e il tempo ha contribuito a lenire quelle ferite, non solo fisiche, inferte alla generazione dei nostri nonni, partecipanti attivi di quel conflitto.
È nato un nuovo interesse su quegli eventi, le recensioni e l’opinione pubblica si esprimono in maniera più aperta e obiettiva, rispetto ai lati oscuri ancora presenti alla fine degli anni ’60. Finalmente possiamo accedere con più facilità e serenità d’intenti ad un periodo storico così importante non solo per noi Italiani, ma anche per tutti gli Stati europei i cui popoli sono stati coinvolti, ormai novant’anni fa, in quel conflitto, definito quasi subito “Grande Guerra”. Il mio coinvolgimento non è nato sull’onda emotiva attuale, magari dopo aver assistito ad una delle diverse manifestazioni che si svolgono, ad opera soprattutto di volontari, associazioni e musei, nel territorio dell’ex fronte. E non deriva neanche dai pur molti articoli di cronaca recente, ricchi di particolari più o meno conosciuti agli addetti ai lavori. No, niente di tutto questo: il mio percorso formativo è partito da ben più lontano, dagli anni scolastici durante i quali io, appassionato fin da subito nello studio della storia e della geografia, iniziavo a conoscere la realtà locale nella quale vivo tuttora.
Proprio in quel periodo ho letto, inserito nel programma scolastico, l’opera di Lussu “Un anno sull’Altipiano” dove ho appreso le mie prime cognizioni militari. Interessato naturalmente alla parte d’Italia nord-orientale, ho approfondito con gli anni (molto probabilmente anche per la maggiore inclinazione alla lingua locale, simile alla mia come veneto) la conoscenza del Goriziano e Triestino, oltre ovviamente alla mia regione d’origine, il Veneto. La mia attività di studio era rivolta anche altrove: anch’io ho collezionato francobolli e da quei rettangolini di carta colorati è iniziato quell’interesse verso gli usi, costumi e realtà dei popoli a noi vicini. Ma ben presto constatavo l’esiguità d’informazioni (e soddisfazioni) ricavabili da tutto ciò: forse è naturale, per un filatelico alle prime armi, passare alla numismatica. Dall’osservazione anche di una sola moneta comprendevo gli stemmi, le scritte, i vari metalli usati, le unità di misura e, soprattutto, il potere d’acquisto di quel pezzo in mano ad un cittadino italiano o austriaco.
Tutto ciò è durato fino al 1990 quando ho incaricato, sempre alla ricerca di nuove esperienze, un mio collega di lavoro per trovare un libro che trattava d’escursioni in ambiente montano locale: mi procurava un testo di una notissima casa editrice che illustrava, oltre alla parte storica inerente al periodo 1915-1918, delle interessanti passeggiate sulle Dolomiti. Comprendevo subito quali nuovi interessi si aprivano dalla lettura di quel testo e, al tempo stesso, partivo già da una sufficiente base culturale utile a comprendere meglio quello che in seguito mi avrebbe coinvolto sempre più appassionatamente. Dalla lettura di quel libro è sorto l’interesse per lo studio degli eventi bellici relativi alla 1° Guerra Mondiale; conseguentemente ho anche abbinato le visite a quanto ancora di concreto era rimasto. Ho iniziato nel 1991, con la visita al Museo della Grande Guerra a Gorizia, e da lì subito ho unito lo studio all’ispezione diretta sui tratti del fronte a me vicini. Ho approfittato anche dei molti Sacrari e Musei presenti per osservare direttamente suppellettili, documenti, reperti e dotazioni appartenuti a combattenti o rinvenuti sui campi di battaglia.
Questa attività non si è mai interrotta e, a questo punto, sorgeva spontaneo il desiderio di contribuire attivamente alla stesura di una nuova opera. Non è stata facile la scelta dell’argomento: la vastità delle pubblicazioni tocca tantissimi aspetti e non era sicuramente mia intenzione ricalcare un titolo già presente; ho ritenuto opportuno impegnarmi, come mio primo lavoro, su un soggetto non molto conosciuto e altrettanto moderatamente trattato, se non a livello generale. Ecco, quindi, com’è nato questo libro: al posto di una semplice cronaca di guerra d’un particolare settore militare, ho voluto descrivere, con maggior chiarezza possibile, anche gli aspetti poco conosciuti cercando di inserire nozioni utili ad identificare meglio l’ambiente, la cultura e la storia di quel colle, baluardo importantissimo della testa da ponte che per sedici mesi difese Gorizia dagli assalti italiani. Per quanto sopra, ringrazio sentitamente il signor Giancarlo Bendini di Bologna, il quale mi ha concesso di pubblicare le quattro fotografie in bianco e nero del capitolo nono, e non ultimo, il mio sincero grazie va anche al signor Simon Kova či č di St. Peter (SLO), persona disponibilissima e degna della più alta stima per l’aiuto fornitomi con le foto presenti sempre al capitolo nono. Militarmente parlando, ho cercato di non divagare eccessivamente con notizie poco pertinenti il settore, altrimenti avrei corso il rischio di non tenere più fede agli stretti limiti da me imposti. Ho inserito solo quanto, a mio modesto giudizio, era utile alla comprensione generale dei fatti. La stessa valutazione va estesa anche ai riepiloghi finali sui reparti che hanno combattuto sul Podgora: è stata una mia libera scelta elencare solo certe brigate; è ovvio che nulla toglie al valore degli altri reggimenti là impegnati.
Sulle statistiche inerenti alle perdite, riferite alle varie battaglie dell’Isonzo ivi combattute, ho notato che ogni fonte da me consultata ha attribuito cifre diverse anche in maniera consistente. Quindi prego il Lettore di non considerarle assolute e definitive. I motivi di queste differenze possono derivare da conteggi più o meno globali ed anche inesatti per difetto, secondo le diverse fonti di informazione. Non sono certamente dei feriti (o peggio) in più o in meno a cancellare i dolorosi ricordi, le pesantissime sofferenze patite da un’intera generazione e la tragicità di quei momenti oramai consegnati alla Storia. F. M.
A queste note dell'autore segue una recensione di Piero Pastoretto:
Nella Premessa, in cui passa in rassegna i perché del libro, le sue origini, nonché le intenzioni ed impostazioni di fondo, Franco Minusso confessa con molta umiltà che si tratta della sua opera prima, quasi ad avvisare il lettore di essere clemente. A lettura completa del volume possiamo invece affermare con convinzione che l’autore è un giovane (giovane, almeno, per quanto riguarda la storiografia militare italiana) outsider, che possiede in maniera evidente tutte le caratteristiche ed il talento necessari a farlo diventare uno storico qualificato di questo settore, purché abbia la costanza e la perseveranza di continuare nella sua produzione e, soprattutto, nella paziente e faticosa attività di ricerca, di raccolta e di rielaborazione che vi sta a monte.
Fino ad almeno un decennio fa, la storia militare patria sulla partecipazione dell’Italia al primo conflitto mondiale godeva di una produzione piuttosto scarna. Dopo una grande diffusione negli ambienti colti e popolari di opere e memorie dedicate alla Grande Guerra, seguita alla vittoria del 4 novembre 1918, l’attenzione degli studiosi è stata infatti attratt, a partire dagli anni Sessanta, dalla più recente Seconda Guerra Mondiale, che comprendeva anche aspetti più “drammatici” ed “ideologici” rispetto alla Prima, per le note e discusse vicende politico-militari dell’Italia.
Di recente, invece, si assiste ad un risveglio d’interesse nell’opinione pubblica verso quell’ormai lontano conflitto, dovuto anche ad una storiografia ormai matura e con a disposizione, a novantasei anni di distanza dall’entrata in guerra del Regno d’Italia, di una mole pressoché definitiva, esaustiva, e quasi infinita, di documenti provenienti da tutte le fonti a disposizione degli storici.
Oggi ad esempio esistono delle case editrici specializzate, come la Gino Rossato, che dedicano ai fronti italiani della Prima Guerra Mondiale intere e nutrite collane, mentre la produzione e la richiesta del pubblico non accennano a diminuire. Il repertorio dell’attuale offerta bibliografica, in particolare, non si orienta più verso monumentali o, peggio, superficiali storie onnicomprensive, bensì su periodi e settori limitati del fronte, su singoli episodi autoconclusivi, come certi fatti d’arme, o alcune serie di battaglie. L’autore – con l’analisi settoriale delle prime sei delle undici battaglie dell’Isonzo, quelle cioè che, iniziate nel giugno 1915, condussero alla conquista di Gorizia il 9 agosto del 1916 – non fa eccezione. Per illustrare la sua fedeltà assoluta all’argomento scelto basterà un’unica osservazione: egli dedica appena poche righe alla Strafexpedition austriaca, nonostante essa fosse praticamente contemporanea alla sesta battaglia dell’Isonzo, ed il cui fallimento portò alla presa della città ed alla sua restituzione all’Italia.
In tale renaissance generale, che attende soltanto qualche ‘grande firma’ nota per essere ufficializzata, ma che viene dal basso e si concentra soprattutto nelle popolazioni i cui avi hanno vissuta e combattuta quella guerra, si inserisce Franco Minusso, che ha il vantaggio di abitare e vivere accanto a quei luoghi che videro divampare le grandi battaglie dell’Isonzo e ne conservano, muti e silenti, i cimiteri militari che custodiscono le reliquie mortali dei caduti; ed inoltre gode del privilegio di essersi sempre sentito attratto, si può dire sin dalla prima giovinezza – come afferma nella Premessa al volume – dalla storia militare della Prima Guerra Mondiale.
Ciò che emerge dalla lettura dell’opera può essere riassunto in tre caratteristiche principali:
– l’estrema obiettività dell’autore, il quale non introduce mai giudizi soggettivi (che poi, nella nostra storiografia militare, si riducono quasi sempre in forme di critica gratuita verso le armi italiane), a meno che non siano suffragati da documenti personalmente controllati o ormai consolidati dalla storia;
– un preciso ed imparziale spirito di equanimità tra le due forze in campo, senza quella partigianeria che, al contrario, tanti cosiddetti storici anche con l’iniziale maiuscola si permettono. Se lodi o note di biasimo si leggono qua e la, esse sono indifferentemente distribuite fra i due campi avversi, e soprattutto non vengono taciuti, ma neanche esaltati (come è ormai un certo vezzo), certi episodi negativi che riguardano il nostro comportamento militare, come ad esempio le vittime civili causate dall’artiglieria o le troppo facili fucilazioni per viltà verso il nemico;
– infine, la straordinaria mole di materiale consultato, che non deriva soltanto da fonti italiane, le più accessibili, ma anche – e aggiungerei, in grande quantità – di origine austriaca, ufficiali e non, che l’autore ha certamente consultato in lingua originale.
Il volume si articola in nove capitoli, il primo dei quali, molto interessante, riassume la storia (partendo addirittura dalla preistoria) dei luoghi teatro di quegli scontri – il Podgora, l’Isonzo, la medesima Gorizia – e soprattutto insiste sugli aspetti etnici dei popoli che li abitano creando, come accade in tutte le zone di confine, una felice mescolanza, derivata da scontri ed incontri durati millenni, di elementi appartenenti alla cultura italiana, tedesca e slava. La stessa toponomastica ne fa fede: Podgora è infatti un nome slavo che pressappoco significa “Ai piedi del monte”, ma alle sue falde si estende un centro abitato dal nome italianissimo di Piedimonte, mentre poco più a nord sorge l’altura nota con il nome germanico di Grafenberg.
Nel secondo capitolo è accuratamente tratteggiata la situazione e l’organigramma dell’esercito italiano e di quello austriaco al 24 maggio del 1915, con il successivo rinforzamento del primo nei mesi immediatamente successivi.
Gli altri sei capitoli che seguono sono dedicati a ciascuna delle battaglie dell’Isonzo, e giustamente strutturati secondo uno schema sempre ripetuto, che comprende i piani operativi, gli obiettivi, l’elenco delle forze e delle unità partecipanti, l’esame e la cronaca della battaglia, le condizioni meteorologiche e morfologiche in cui fu combattuta, gli esiti e le perdite.
L’ultimo capitolo, il IX, è dedicato alle perdite totali da parte italiana, purtroppo oltremodo sanguinose, ed alle numerosissime onorificenze e ricompense divise per reparti. Le perdite maggiori furono subite dal 27° Reggimento Pavia e dal 12° Reggimento Casale. Il maggior numero di ricompense militari andò all’11° Reggimento Casale.
Le digressioni sono opportune, frequenti e di notevole interesse, ma armonicamente inserite nel tema principale senza interrompere la consequenzialità della narrazione: troviamo così, per portare alcuni esempi le caratteristiche tecniche del Mannlicher-Carcano mod. ’91, le razioni giornaliere al fronte, le caratteristiche delle artiglierie italiane ed austriache e le brevi biografie dei comandanti austriaci e di alcune medaglie d’oro italiane.
Il testo, steso in buona e corretta prosa, è corredato da cartine e da un ricco apparato fotografico, in parte di origine ufficiale e militare e in parte proveniente da collezioni private.
In conclsione, un volume da consigliare a tutti gli amanti della storia militare ed agli specialisti della Grande Guerra sul fronte italiano.
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ECCO UN ALTRO
LIBRO CHE NON NECESSITA DI TANTE PAROLE!
"Sei italiani
equipaggiati con materiale di costo irrisorio hanno fatto vacillare
l'equilibrio militare nel Mediterraneo a vantaggio dell'Asse"
Winston Churchill
Luciano Garibaldi Gaspare Di
Sclafani
COSÌ AFFONDAMMO LA VALIANT
La
più grande impresa navale italiana della seconda guerra mondiale

Edizioni
Lindau | Collana "I Leoni" | pp. 128 | euro 13,50 | ISBN
978-88-7180-893-2 | novembre 2010
Alessandria d'Egitto, 18
dicembre 1941. L'azione fu portata a termine da sei intrepidi che,
letteralmente "cavalcando" tre siluri, affondarono due
corazzate inglesi, la Valiant e la Queen Elizabeth. Quegli uomini
erano il tenente di Vascello Luigi Durand de la Penne, il capitano
del Genio Navale Antonio Marceglia, il capitano delle Armi Navali
Vincenzo Martellotta, e i sottufficiali Emilio Bianchi, Spartaco
Schergat e Mario Marino. Ma come si svolse esattamente l'operazione?
Come fu progettata? Quali rischi corsero i nostri soldati? E, ancora,
cosa voleva dire far parte della Decima MAS e operare agli ordini del
comandante Junio Valerio Borghese?
Questo libro è
dedicato alla spettacolare impresa di Alessandria d'Egitto,
raccontata dagli stessi protagonisti principali - Luigi Durand de la
Penne ed Emilio Bianchi - in due interviste esclusive rilasciate in
tempi diversi. La prima fu "strappata" a Durand de la
Penne, dopo tanto insistere, da Luciano Garibaldi sul finire del
1966, in coincidenza con il venticinquesimo anniversario dell'impresa
egiziana. La seconda è il frutto di una serie di colloqui fra Emilio
Bianchi e Gaspare Di Sclafani avvenuti nell'estate del 2005, quando
l'eroico ex capo palombaro aveva già 93 anni, ma conservava ancora
una lucidità davvero invidiabile.
GLI AUTORI
Luciano
Garibaldi, giornalista professionista dal 1957, nella sua lunga
carriera è stato inviato speciale, caporedattore e vicedirettore di
quotidiani ("Corriere Mercantile", "La Nazione",
"Roma", "Il Giornale", "La Notte") e
settimanali ("Tempo", "Gente"). Tra i suoi
numerosi libri ricordiamo: Un secolo di guerre; Operazione Walkiria.
Hitler deve morire; Il secolo in breve. Persone e storie del
Novecento; I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi?; La
pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?; Le soldatesse di
Mussolini; Le mie Brigate erano Rosse; Fidel Castro. Storia e
immagini del líder máximo. Presso Lindau ha pubblicato O la croce o
la svastica. La vera storia dei rapporti tra la Chiesa e il
nazismo.
Gaspare Di Sclafani, nato a Venezia nel 1943, ha iniziato
l'attività giornalistica nel 1968 presso la redazione del quotidiano
"La Notte" di Milano, dove ha ricoperto vari incarichi
(vicecapocronista, capocronista, caporedattore). È stato poi
caporedattore delle "Grandi Opere" della Rusconi.
Corrispondente per oltre un decennio di un quotidiano svizzero, ha
collaborato con numerose testate (tra cui "Il Resto del
Carlino", "Il Tempo", "Scienza & Vita",
"Chi", "Visto"), con la Associated Press, con la
Rai e con Italia Uno. Per dieci anni inviato speciale del settimanale
"Gente", ha collaborato con Vittorio Feltri fin dal primo
numero del quotidiano "Libero". Autore di numerosi scoop
giornalistici di carattere storico, ha scritto Il dizionario della
politica.
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Tra
le tante segnalazioni di riviste che ci giungono vogliamo segnalare
questa che, come il titolo stesso dichiara, tratta di argomenti che
ancora, malgrado il trascorrere degli anni e le recenti tragiche
vicende politiche, mantiene viva la memoria e la coscienza di fatti
ancora più tragici che sono ancora ben vivi di chi abbia ancora un
briciolo di coscienza nazionale.

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Ancora una
pubbicazione interessante per chiarire meglio le vicende della II
Guerra Mondiale al di là di ogni retorica.
Croce
di Ghiaccio - C.S.I.R. ed ARM.I.R. in Russia 1941-1943,
di
Pierluigi Romeo di Colloredo
In questo libro
tratteremo gli avvenimenti militari che videro coinvolti prima lo
C.S.I.R. e poi l'ARM.I.R.; analizzeremo pertanto le prime operazioni
svolte dalle truppe italiane sul fronte orientale, valutandone
l'efficienza e la resa in combattimento. In particolare, verranno
esaminate le battaglie della prima fase offensiva dell'estate del
1941 come Petrikowka, le battaglie di Gorlowka, la difesa di
Nikitowka, la battaglia di Natale del 1941 per lo C.S.I.R.; seguiremo
poi le operazioni dell'8ª Armata nell'avanzata verso il Don, la
prima battaglia difensiva dell'agosto 1942, ed infine l'offensiva
sovietica del dicembre dello stesso anno, la ritirata e la reazione
ai tentativi avversari di accerchiamento del Corpo d'Armata Alpino
nel gennaio del 1943.
Una sezione sarà dedicata all'azione della
Regia Aeronautica e della Regia Marina sul fronte orientale, e ai
reparti stranieri - cosacchi e croati - inquadrati nel Regio Esercito
e nella Milizia, la cui storia è assai poco nota, e alle biografie
dei comandanti italiani: Zingales, Messe e Gariboldi.
Lo straordinario corredo iconografico comprende più di 100 rare e inedite fotografie, delle quali molte riprodotte a piena pagina, provenienti dall'Archivio Fotografico dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, ritraenti gli uomini e i mezzi del C.S.I.R. e dall'ARM.I.R. in azione, i luoghi dei combattimenti e i volontari cosacchi nel R.E.I., e sono incluse diverse mappe a colori illustranti le varie fasi della campagna.
F.to 17x24,
brossura, 242 pag., 120 foto in b/n (la maggior parte inedite), 7
mappe e documenti a colori, Euro 28,00.
Edito da Associazione
ITALIA Via Onorato 9/18 16144 Genova Italia
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Dall'amico
Mario Pietrangeli una serie di senalazioni interessanti, le passiamo
così come sono pervenute.
Poteva andare
peggio
di Mario Pirani
Il 'Secolo breve' raccontato da un uomo che di quel periodo e' stato un protagonista nel bene e nel male. Che ha conosciuto - volontariamente - le disillusioni, generate dalle illusioni, e ne ha patito - senza colpa - le violenze terribili. A cominciare dalle Leggi Razziali.
Mario Pirani, classe 1925, non e' solo un grande giornalista, ma e' la cartina di tornasole di un'Italia laica e illuminata alle prese con il tentativo di cambiare il paese e che - nei suoi uomini migliori - ha saputo riconoscere gli errori. Non e' da tutti e, in un certo senso, lo testimonia proprio il titolo del libro. Un'opera che e' il romanzo di una generazione - fitto di nomi, luoghi, persone, aneddoti - che si legge con piacere e interesse. Pirani - per sua stessa ammissione - e' stato un uomo fortunato: nell'esaltazione retorica e nazionalistica degli anni '30 e '40 sotto il segno di un fascismo imperante, ha avuto qualcuno che l'ha saputo preservare. ''In quegli anni, insomma, segnati dalla guerra e dalla percezione di quanto ingannevole fosse la retorica del fascismo, l'influsso di insegnanti chiaroveggenti e preparati per chi ebbe la fortuna, non rara, di incontrarli, si rivelo' - scrive - decisiva. Vuoi che riflettessero nell'insegnamento ascendenze liberali, cattoliche o, persino, socialiste, essi sapevano trasformare le conoscenze umanistiche e quelle storico-filosofiche in un messaggio formativo di cui percepivamo l'immediatezza e la modernita'''. Un bagaglio di idee forte, decisivo, per far fronte ad una realta' capace di travolgere molti: basterebbe sfogliare le pagine del diario relative ai giorni fatali della caduta del regime, della finta fine della guerra, dell'occupazione tedesca, per rendersene conto. In quanto ebreo - e un capitolo a parte meriterebbe la storia 'sociale ed intellettuale' della sua famiglia, i Pirani Coen - l'autore ha provato sulla sua pelle la discriminazione e la persecuzione razziale: per lui la Liberazione e' stata doppia. Per questo - ma non solo - era difficile restare insensibili in quel momento al richiamo del Sole Rosso che sorgeva ad est. L'approdo al Pci e al partito nuovo e di massa ideato e voluto da Palmiro Togliatti, fu dunque una conseguenza logica.
Lui stesso - all'epoca ''un comunista tutto di un pezzo'' - rileggendo gli scritti di allora ammette oggi: ''eravamo in preda ad una pulsione fideistico-religiosa che paradossalmente scambiavamo per l'acme della razionalita' storica. Me ne sarei accoro presto''. Quel ''presto'' e' - come per alcuni altri intellettuali ''rivoluzionari di professione'' della sua generazione - il 1956 con la repressione sovietica dei fatti d'Ungheria. Nel mezzo - nel frattempo - c'e' pero' tutto il repertorio della militanza comunista di quegli anni: dal viaggio in Urss, patria del socialismo, alle lotte politiche in Italia contro la Dc. L'Ungheria, il XX Congresso del Pcus e le lacerazioni all'interno del partito, portano pero' l'alba di un giorno nel quale all'autore tutto suona oramai ''assurdo''. Per il distacco definitivo bisogna aspettare il 1961 quando Pirani esce dall'Unita' - giornale al quale ha dato tutta la sua professionalita' - e dal Pci. Una ''cesura netta'' non solo con il partito ma anche con la sua ''vecchia'' vita. Ad attenderlo un nuovo mondo e un nuovo sole, questa volta energetico: l'Eni di Enrico Mattei. Pirani diventa cosi' una sorta di 'agente segreto' nel gioco della diplomazia parallela nella lotta contro le Sette Sorelle a fianco delle nazioni decise a sollevarsi dal gioco coloniale. Da Tunisi ad Algeri, al Marocco, a Cuba, in un ambiente fitto di figure da 'Casablanca', Pirani - passato da Lenin all'Eni - rivela molti degli ingranaggi di quegli anni fino al mistero della morte di Mattei nel 1962: per quel che sa - sintetizza - se c'e' stato un attentato, il petrolio non c'entrava. Su quella morte si arresta l'avventura 'internazionale' di Pirani: nella sua terza vita ci sara' soltanto il giornalismo. Dal Giorno, passando per L'Europeo, fino a Repubblica, insieme a mille figure che hanno fatto la storia italiana di questi ultimi 50 anni. Con una bussola, pero': nonostante le disillusioni, avverte l'autore, l'impegno della sua generazione non e' stato vano. Anzi. Ed e' questo il migliore dei messaggi di Mario Pirani.
*****

Mosaico
afghano. Vent'anni a Kabul
di Alberto Cair
o
A partire
dal 1990, Alberto Cairo ha visto succedersi in Afghanistan il regime
filo-comunista del dottor Najibullah, quello dei mujahiddin, dei
talebani, e quello di Karzai sostenuto dagli eserciti stranieri,
ognuno promettendo pace e sicurezza. Suoi punti di osservazione sono
i centri di riabilitazione del Comitato Internazionale della Croce
Rossa in cui lavora. Sparsi per l'Afghanistan, strutture di
riferimento per gente d'ogni etnia e ceto, i centri hanno affrontato
negli anni profondi mutamenti, divenendo scuole di speranza, spesso
in bilico tra farsa e tragedia. Perché l'Afghanistan? Arrivato per
restarvi un breve periodo soltanto, gli eventi, gli afgani e il
lavoro per i disabili hanno cambiato i suoi piani. Non senza dubbi e
difficoltà. Ed è solo ascoltando la popolazione che ha imparato a
comprendere il paese e a trasformare il suo lavoro per rispondere ai
veri bisogni della gente.
*****

Il ritorno -
Dentro il nuovo Iraq
di Giuliana Sgrena
A cinque
anni dal suo rapimento, Giuliana Sgrena è tornata in Iraq. Dapprima
timidamente, nella regione di confine controllata dai kurdi. Poi,
finalmente, a Baghdad. Ritornare in luoghi tanto amati, ma anche così
drammatici, non può che essere per lei fonte di vivo shock. Ma poco
dopo, la giornalista del "manifesto" lascia spazio alla
descrizione di ciò che vede. Ora la vita, nonostante lo stillicidio
di attentati sanguinari, sembra riprendere i ritmi del periodo di
Saddam Hussein. La gente torna a mangiare sulle rive del Tigri, le
donne riconquistano una visibilità sociale e politica, tanto da
abbandonare il velo, e anche la sinistra sociale, seppur con fatica,
sembra riconquistare uno spazio che tradizionalmente le appartiene.
Insomma, la nuova strategia americana di accordarsi con gli anziani
dei villaggi sunniti ha di fatto tolto spazio politico alla
propaganda armata del fondamentalismo islamista. Ma alla vigilia del
"disimpegno" americano nell'area non tutti i problemi
paiono essere risolti. Con grande sensibilità umana e giornalistica,
Giuliana Sgrena ci racconta perché.
******_

Due pacifisti e
un generale
A colloquio con Vincenzo Camporini
Ritanna Armeni,
Emanuele Giordana
Nelle forze armate italiane c'è stata una rivoluzione. È cominciata dopo la caduta del muro di Berlino e prosegue anche oggi. Tutto è cambiato. Non più soldati di leva, ma professionisti della sicurezza, non più solo uomini, ma anche donne, non più militari ignoranti e inconsapevoli, ma ragazze e ragazzi addestrati, colti e curiosi, esperti di tecnologie, abituati a girare il mondo e a capirlo. Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, racconta a due giornalisti pacifisti, Ritanna Armeni ed Emanuele Giordana, tutte le tappe di questa rivoluzione che non è stata solo organizzativa, ma anche concettuale e ideologica. Essa ha riguardato l'idea di pace, di guerra, di disciplina, di gerarchia, di comando, di tempo. "Prima del 1989 compito delle forze armate era vincere le battaglie, oggi è quello di garantire condizioni di sicurezza" dice il "capo dei capi" delle Forze armate italiane. In questa lunga intervista di due pacifisti ad un generale ci sono molte domande scomode, ma anche molte verità finora mai svelate sulle missioni italiane all'estero, sulla lunga guerra afgana, sui rapporti con gli eserciti degli altri paesi, con le organizzazioni non governative. E soprattutto il racconto di un mondo inedito e finora sconosciuto: quello delle nuove Forze armate e di una rivoluzione di cui nessuno si è accorto.
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Banchieri, politici e militari. Passato e futuro delle crisi Globali
A
metà degli anni ottanta avvengono importanti cambiamenti sulla scena
internazionale che toccano la sicurezza e la proiezione dell'Italia
nel mondo. Si cominciano inoltre a intravedere i prodromi di una
incipiente implosione dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia.
In molte delle vicende che raffigurano una situazione solo
apparentemente prigioniera della contrapposizione Est-Ovest, gioca un
ruolo importante la politica estera del Governo Craxi. Due stretti
collaboratori di Bettino Craxi, Gennaro Acquaviva e Antonio Badini,
hanno deciso in quest'opera di gettare nuova luce su fatti e atti sui
quali la storiografia italiana ha taciuto. Eppure gran parte degli
anni ottanta fu un periodo importante per la nostra diplomazia, che
riuscì ad abolire il G5, avviò il processo di unificazione europea,
tenne testa alle grossolane intimidazioni del Cremlino, indusse la
Casa Bianca a un dialogo serrato e a installare la linea rossa con
Palazzo Chigi, mise in rilievo l'inesorabile logoramento dell'impero
sovietico e tentò, insieme a Giordania, Egitto, Algeria e Arabia
Saudita, di restituire una speranza di pace giusta e duratura al
tormentato scacchiere mediorientale.
"Ambizione di questo libro è contribuire a una visione d'insieme degli eventi politici ed economici che si sono intrecciati negli ultimi cinquanta anni e che, pur con diverse sembianze, sono sempre finiti per sfociare in crisi economiche. Non si può comprendere la crisi da petrolio del 1974 senza parlare della guerra del Vietnam e delle tensioni in Medio Oriente. Analogamente, la bolla finanziaria globale del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Non si possono immaginare scenari di economia stabili con politiche internazionali di scontro militare. Evidenziare i legami tra economia e politica, esplicitare la concatenazione degli eventi, tentare di capire dove va il mondo e quali potrebbero essere le prossime crisi globali, se si continua per questa strada, sono gli obiettivi di questo libro. La storia è una variabile che spiega molto degli eventi che viviamo. Purtroppo abbiamo tendenza a dimenticare troppo facilmente quello che è successo, così ripetiamo gli stessi errori convinti di fare cose nuove. Con il rischio che, alla fine, il mondo sprofondi nell'egoismo e nella voglia di nazionalismo che ogni tanto riemerge dalle ceneri dell'intelligenza umana. Anche di questo si parlerà, come un futuro da dimenticare".
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La
cotogna di Istanbul
Ballata per tre uomini e una donna
Di
Paolo Rumiz
Paolo Rumiz scommette sulla forza delle grandi storie e si affida al ritmo del verso, della ballata. Ne esce un romanzo-canzone singolare, fascinoso, avvolgente come una storia narrata intorno al fuoco. Racconta di Max e Maša, e del loro amore. Maximilian von Altenberg, ingegnere austriaco, viene mandato a Sarajevo per un sopralluogo nell'inverno del '97. Un amico gli presenta la misteriosa Maša Dizdarevic´, "occhio tartaro e femori lunghi", austera e selvaggia, splendida e inaccessibile, vedova e divorziata, due figlie che vivono lontane da lei. Scatta qualcosa. Un'attrazione potente che però non ha il tempo di concretizzarsi. Max torna in patria e, per quanto faccia, prima di ritrovarla passano tre anni. Sono i tre anni fatidici di cui parlava La gialla cotogna di Istanbul, la canzone d'amore che Maša gli ha cantato. Maša ora è malata, ma l'amore finalmente si accende. Da lì in poi si leva un vento che muove le anime e i sensi, che strappa lacrime e sogni. Da lì in poi comincia un'avventura che porta Max nei luoghi magici di Maša, in un viaggio che è rito, scoperta e resurrezione.
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LIFE IS A DREAM
di
Brandino Rangoni Machiavelli Brandino Rangoni Machiavelli,
a survivor of one of Italy's oldest aristocratic families and descendant of Niccolo' Machiavelli tells his story of riches to rags and of self discovery in this intriguing and touching diary of his many lives.
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DIETRO LE MIE QUINTE
di Lorenzo Angeloni
Un incontro,
tra due persone reduci da un'esperienza di coppia con figli,
"risveglia" i protagonisti e li espone alle gioie
dell'amore dopo anni difficili
Lorenzo Angeloni è nato a Perugia
nel 1958. Diplomatico e scrittore, ha vissuto in Uruguay, Germania,
Algeria e Sudan, dove è stato Ambasciatore dal 2003 al 2007. È
stato recentemente nominato Ambasciatore d'Italia in Vietnam. Le sue
precedenti pubblicazioni, di saggistica e narrativa, sono ispirate a
temi trattati nello svolgimento delle sue funzioni, con particolare
attenzione al contrasto, alla guerra e al dialogo tra civiltà: E
adesso che facciamo? Riflessioni sul ruolo dell'Italia nella
prevenzione dei conflitti in Africa, Editori Riuniti, 2002; Diari
dall'Islam. L'Algeria vista da dentro con prefazione di Magdì Allam,
Desiderio & Aspel Editore, 2004; Italiani in Sudan. Le storie con
Guido Sabatinelli, Desiderio & Aspel Editore, 2007; In Darfur,
Campanotto Editore, 2010. Un incontro, tra due persone reduci da
un'esperienza di coppia con figli, "risveglia" i
protagonisti e li espone alle gioie dell'amore dopo anni difficili.
Per entrambi, sembra essere "l'incontro", quello decisivo,
fatale, che rimescola le carte sparigliate dalla vita, magicamente le
rimette al loro posto, restituendo un senso compiuto alle loro
esistenze. Ma un accadimento così prodigioso, smuove le acque di
Giorgio e Michi in profondità facendo affiorare il loro vissuto che
lentamente va a ingombrare il cammino della loro storia. Il passato
finisce col mettere in acuto contrasto il desiderio di lei di fare
famiglia e quello di lui di arrivarci sgombro dalle scorie del suo
precedente e lungo rapporto matrimoniale. Una storia ambientata in
una Roma che appena si intravede dietro le vicende dei protagonisti,
raccontate, grazie anche all'artificio della corrispondenza e dei
monologhi riflessivi di Giorgio, con un'astrazione dai fatti
quotidiani che consente di tenere il focus fisso sulle vicende di un
uomo e una donna dei nostri tempi.
_________________________
Oggi
non si ha più, forse, un'idea appropriata della potenza e della fama
di Genova nel Medioevo, rimedia in parte l'ultima fatica di Alberto
Rosselli sui Balestrieri Liguri che siamo, come sempre, ben lieti di
presentare.
Alberto Rosselli
I
Balestrieri Liguri
Nascita e Tramonto
di una Leggendaria Milizia
ed. Ligurpress
Per
quasi tutto l'Alto e Basso Medioevo e fino alla fine del XVI secolo
la Repubblica di Genova si distinse non soltanto nella tradizionale
pratica dei commerci e in quella finanziaria, ma anche nel settore
militare, navale e terrestre. In più di un'occasione, nel corso
della sua lunga storia, la Superba dovette occuparsi delle tutela dei
suoi possedimenti e fortune attraverso la messa a punto di flotte da
guerra o mediante la creazione e l'arruolamento di milizie destinate
a presidiare il territorio della madrepatria e le sue colonie e
fondaci, ed ebbe anche l'accortezza di fornire in diverse occasioni
ai propri alleati consistenti aliquote di navi e armati. Nella
fattispecie, tra la fine dell'XI e la metà del XV secolo, la
Repubblica, ma anche gruppi di mercenari al seguito di illustri
genovesi in esilio, misero a disposizione di comuni, potentati e
corone straniere diversi contingenti appartenenti ad una speciale
categoria, quella dei balestrieri. Per un lungo periodo, dunque,
questi specialisti e, in particolare la balestra genovese "a
staffa", svolsero un ruolo di primo piano in molte dispute
belliche italiche
Alberto
Rosselli è un giornalista e saggista storico che ha collaborato e
collabora da tempo con diversi quotidiani italiani ed esteri e con
svariati siti internet tematici di storia, etnologia, storia militare
e diplomatica e geopolitica. Come studioso di storia moderna,
contemporanea e militare Rosselli ha al suo attivo alcune opere di
narrativa e diversi saggi tra cui Québec 1759, (tradotto anche in
lingua inglese), Il Tramonto della Mezzaluna - L'Impero Ottomano
nella Prima Guerra Mondiale, La resistenza antisovietica in Europa
Orientale 1944-1956, L'Ultima Colonia - la guerra coloniale in Africa
Orientale Tedesca 1914 - 1918; Il Ventennio in Celluloide (in
collaborazione con Bruno Pampaloni); Sulla Turchia e l'Europa;
L'Olocausto armeno; Storie Segrete della Seconda Guerra Mondiale; Il
Movimento panturanico e la 'Grande Turchia' e La persecuzione dei
cattolici nella Spagna repubblicana 1931-1939, La persecuzione dei
cristiani in Cina, La Guerra Civile in Cina 1927-1949 e (di prossima
uscita) La Guerra Civile Greca 1944-1949. Attualmente Alberto
Rosselli è direttore editoriale della rivista bimestrale Storia
Verità.
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La
nascita di una nuova, vera, rivista è sempre un
avvenimento, a "LA GRANDE GUERRA" i nostri migliori
auguri!
Prende
il via dopo, un lavoro di preparazione di diversi mesi, un progetto
editoriale dedicato alla Prima Guerra Mondiale.
Si tratta di una
rivista, intitolata
"La Grande Guerra -
storia e storie della Prima Guerra Mondiale"
,
interamente dedicata alla storia di questo conflitto, realizzata da
un gruppo di appassionati per i tipi delle Edizioni Marvia di
Voghera.
Il progetto nasce dalla constatazione che in Italia, al
contrario di altri paesi, manca una rivista di questo taglio, che
andrà ad affrontare non solo la storia militare, ma anche gli
aspetti politici e sociali del conflitto, con un occhio ai grandi
temi ma anche alle piccole (che poi tanto piccole non sono) vicende
personali.
Una sfida dura, anzi durissima, visto che la schiera
dei potenziali lettori è ferratissima, attenta e preparata: ma la
speranza è che i lettori si trasformino poi in collaboratori.
La
rivista parte come trimestrale, e viene diffusa su abbonamento, nelle
fiere e nelle librerie specializzate, nei classici canali
internet.
Gli articoli del primo numero riguardano argomenti
diversi relativi a fronti diversi, ovviamente con una lieve
predominanza del fronte italiano:
Ø "La
Seconda Squadra Speciale navale giapponese nel Mediterraneo" di
Alberto Galazzetti
Ø "La strana guerra del sergente André
Maginot" di F-Xavier Bernard
Ø "Dal diario di
Massimiliano Grendene alpino del Btg. "Vicenza" di Giovanni
Dalle Fusine
Ø "30 maggio - 3 giugno 1916: i Granatieri di
Sardegna nella difesa di Monte Cengio" di Luigi Cortelletti
Ø
"1917: i 7 fucilati a San Vito di Leguzzano ora hanno un nome"
di Giovanni Dalle Fusine
Ø "La Landsturm tedesca nella prima
guerra mondiale" di Filippo Lombardi
Ø
Poi ci sono le rubriche, anche queste aperte alla collaborazione:
Ø "Brevi
dalla Grande Guerra", raccolta di notizie odierne riguardanti la
Prima Guerra Mondiale
Ø "Bibliofilia della Grande Guerra",
recensioni, critiche, nuove e vecchie uscite librarie, bibliografie,
insomma tutto quanto ha a che fare con la carta stampata sulla Grande
Guerra
Ø "Portfolio fotografico", fotografie
particolari, originali, commentate nel loro contenuto
Oltre agli autori, gli altri collaboratori che hanno permesso la realizzazione del primo numero sono Ilaria Panozzo, Marino Perissinotto, Angelo L. Pirocchi.
La rivista
ha 72 pagine, è rilegata con dorsino, dimensioni 28 x 21, è quindi
lievemente più bassa delle classiche riviste odierne, perché si
spera che diventi un articolo da libreria, qualcosa da riprendere in
mano, da sfogliare e da rileggere come si fa con i buoni, sani,
vecchi libri.
Per ogni informazione: lagrandeguerra@marvia.it
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Ecco
l'ultima fatica di Alberto Rosselli che, come le altre, ci fa
conoscere gli aspetti meno conosciuti delle guerre del XX
secolo:
Alberto Rosselli
LE AQUILE
DELLA MEZZALUNA
L'AVIAZIONE TURCA DURANTE LA PRIMA
GUERRA MONDIALE
Edizioni Chillemi
La
storia dell'Aviazione militare ottomana iniziò nel lontano
autunno
del 1909, quando una delegazione di piloti francesi venne
invitata ad
Istanbul dall'Alto Comando dell'Esercito della Sublime
Porta per dare
dimostrazioni circa l'utilità del mezzo aereo in
ambito bellico.
Il 2 dicembre dello stesso anno, il ministro della
Difesa, Mahmut Sevket
Pasa, positivamente convinto dalle
argomentazioni degli specialisti
transalpini, si rivolse ad un
pioniere dei cieli, il barone belga
Pierre de Caters - che il 31
ottobre 1908 aveva percorso in volo 800
metri a bordo di un
velivolo triplano Voisin dotato di un minuscolo
motore da 57
cavalli - di recarsi ad Istanbul per effettuare alcuni voli
con il
suo fragile, ma rivoluzionario mezzo.
Monografia di
48 pagine (copertina a colori, 4 tavole a colori, 60 foto in
b/n)
ISBN 978-88-96522-25-7 12.00
euro
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Presentiamo
un'opera che ci è giunta dalla Spagna e che, a buon diritto, può
essere presa ad esempio di come si dovrebbe fare e studiare la Storia
Militare:
di
Gregorio Fernández Mateu
EL
PRIMER SOLDADO
ESPAÑOL NACIÓ EN CANNAS
Tecnología,
Armamento, Tácticas y Organización.
Il
libro è edito a cura del Ministerio de Defensa, Segretaría General
Tecnica nella Colección ADALID ed ha ricevuto il PREMIO EJERCITO
2007.
La documentazione è ricca e puntuale, la materia è
trattata a partire dall'analisi della Spagna preromana e tocca tutti
gli aspetti di una organizzazione bellica, a cominciare dalle
tecniche di fusione dei metalli e di costruzione delle armi ed il
loro uso sino ad esaminare, con ipotesi interessanti e, soprattutto,
possibili, gli schieramenti e le manovre sui campi di battaglia. In
effetti si è di fronte ad un vero trattato generale sulle tecniche
di guerra antiche, di cui nessuno studio dovrebbe fare a meno di
confrontarsi. Degna di ogni attenzione, poi, è tutta la collezione
(consentiteci di essere un poco invidiosi; ma in Italia?) il cui
catalogo generale si può trovare al seguente indirizzo in rete.
http://www.060/ es
.
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Siamo
lieti di presentare un nuovo gruppo editoriale, l' Editoriale
INTERACTA sa
e
la sua prima edizione:
Il
Gruppo Editoriale INTERACTA sa -che ha sede a Lugano, Via Pretorio,
20 - 6900 - ha dato vita, in Italia, a due realtà produttive
distinte, ma che riassumono idealmente la filosofia di questa nuova
realtà imprenditoriale: la Gianni Iuculano Editore e la Italian
University Press. La prima società, con sede a Pavia, è impegnata
nella pubblicazione e traduzione di opere di saggistica (scienza
della politica, sociologia, storia diplomatica e militare, storia
delle religioni, geopolitica, glottologia e letteratura di pregio),
mentre la seconda società, con sede a Genova, opera esclusivamente a
sostegno delle istituzioni universitarie, impegnandosi nella stampa,
riproduzione e traduzione plurilingue di testi editi e inediti per
conto delle suddette istituzioni. Entro la fine della primavera del
2009, il Gruppo INTERACTA sa darà inoltre vita ad una terza società
avente come scopo specifico la distribuzione dei suoi prodotti ed
anche quella per conto terzi: uno sforzo necessario, e riteniamo
meritorio, per consentire a tutte le Case Editrici italiane di
piccole e medie dimensioni di avvalersi di una struttura in grado di
diffondere i propri prodotti a fronte di costi relativamente
contenuti. Il Gruppo INTERACTA sa (che dispone di un qualificato e
completo staff tecnico composto da progettisti, specialisti in
editing, correttori di bozze, grafici, impaginatori e tipografi) si
impegna inoltre nella promozione e nel sostegno delle opere prodotte
sia in proprio sia per conto terzi attraverso un'adeguata
pubblicizzazione delle stesse mediante presentazioni ad hoc,
collaborazioni con associazioni culturali nazionali e straniere,
istituti di cultura italiani all' estero, quotidiani e periodici ed
emittenti radiotelevisive. Grazie ai suoi mezzi e alla competenza dei
suoi collaboratori, il Gruppo Editoriale INTERACTA sa è inoltre in
grado di svolgere opera di consulenza e sostegno tecnico non soltanto
agli autori, ma anche a realtà e imprese pubbliche e private
interessate alla pubblicazione o alla creazione di brochure, libri
didattici, raccolte di atti, raccolte anastatiche, newsletter e
periodici, e siti internet e periodici telematici.
NICOLA
AMATO
LA STEGANOGRAFIA DA ERODOTO A BIN LADEN

La
steganografia è una tecnica elusiva della comunicazione che consente
a due o più individui di comunicare tra loro senza che una terza
persona si avveda del fatto che una qualsiasi comunicazione stia
avvenendo. Oggi la steganografia consente di nascondere all'interno
di fil aue digitali, immagini o suoni che siano, ogni tipo di file o
di messaggio segreto. Perché proprio in questo consiste la tecnica
moderna: si prende un'immagine o un filedio e si estraggono alcune
unità grafiche minime che la compongono, ossia alcuni pixel nel caso
delle immagini digitali, e le si sostituiscono con dei dati, in
genere lettere di testo, che comporranno il messaggio che si vuol far
passare. Dal momento che certe immagini sono composte da milioni di
pixel, la sostituzione di soltanto alcuni di essi non sarà
apprezzabile ad occhio nudo ma, per leggere il messaggio, servirà
uno dei tanti programmi reperibili online. Il risultato è
stupefacente: l'immagine originale e quella in cui è stato iniettato
un altro file contenente un messaggio di testo, messe a confronto,
sono perfettamente identiche, sia in termini di risoluzione grafica
sia per quello che concerne il peso, ossia lo spazio occupato sulla
memoria di massa.
Chi
si occupa di ricerche storiche saprà valutare bene l'importanza di
una tecnica di comunicazione cui sono stati spesso affidati documenti
di importanza fondamentale per gli
studiosi.
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Di
Bruno
Pampaloni segnaliamo
volentieri l'ultima fatica:
La Storia non è un Film

Parlare di Storia, senza annoiare. Guardare un film, evitando di concedere patenti di verità, sull'onda dell'immagine che rapisce, della bella sceneggiatura, del fascinoso protagonista di turno. Un gioco ad incastro, tra Storia e rappresentazione filmica, un puzzle divertente, quello che ci propone l'Autore, con la sua "rivisitazione" di alcuni film storici ormai diventati classici, "riletti" ben oltre la loro dimensione, parziale, di meri momenti spettacolari, e "riscritti" sulla base della verosimiglianza storica, se non proprio della Verità. La Storia, le storie, in definitiva, per come sono realmente andate. Il tempo della propaganda cinematografica per fortuna è finito. Ci auguriamo siano venuti meno anche i vecchi tabù del determinismo storico, secondo cui il senso della Storia era quello dell'ineluttabile "progresso". In questa direzione l'Autore individua una prospettiva di lavoro nuova ed accattivante, tanto anticonformista. rispetto alla vulgata corrente, quanto rigorosa, perchè attenta ai fatti, tanto innovativa, rispetto alla più tradizionale lettura critica della singola pellicola cinematografica, quanto capace di non subirne la suggestione.
BRUNO PAMPALONI, genovese, giornalista e saggista, collabora da tempo con diversi quotidiani e periodici nazionali, cartacei e on line tra cui Il Foglio, Libero, Libero Mercato, Area, Economy. Per i nostri tipi ha pubblicato, insieme con Alberto Rosselli, il saggio storico Il Ventennio in celluloide (2005). Come scrittore ha al suo attivo Nessun Male (Mondadori 2007) e Li vuoi tutti morti (Fratelli Frilli 2005).
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Con vero piacere presentiamo il libro che Eno Santecchia ha scritto prendendo spunto dai ricordi del padre Nicola:
Così sono trascorsi gli anni migliori

Illustriamo il libro con qualche parola presa dalla presentazione: "La pietas filiale di Santecchia si profila straordinaria, sol che si pensi quante volte quei racconti furono ripetuti da un uomo semplice ed onesto, restituito agli affetti familiari, alla vita isolata dei campi, dopo la tragedia della guerra e della prigionia in paesi remoti e, quindi, dopo un affaccio lacerante sulla grande storia" (Pier Luigi Falaschi); e ancora: "... anche le vicende veicolate dall'oralità ... sono ugualmente importanti per gli avvenimenti dei giorni nostri, perché portano testimonianze vissute e insieme ad esse la ricchezza e le sfumature degli affetti che vi si legano" (Rossano Cicconi).
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presentiamo
di Giuseppe Rufino
Gettysburg
Gettysburg, la madre di
tutte le battaglie della Guerra Civile Americana. Questa località
della Pennsylvania,ancora oggi il parco nazionale più visitato di
tutti gli Stati Uniti,fu teatro di uno scontro sanguinoso che per tre
giorni impegnò duramente l’Armata sudista della Virginia
Settentrionale,al comando di Robert E. Lee,uno dei generali più
famosi della storia e l’Armata nordista del Potomac al comando di
George Meade. Dopo tre giorni i Sudisti ,non riuscendo ad aver
ragione della ostinata resistenza nemica,dovettero ritirarsi sulle
posizioni di partenza. Il tentativo di Lee di invadere il Nord e
distruggere la sua più potente armata era fallito,da quel momento in
poi le fortune della Confederazione avrebbero cominciato
irreversibilmente a declinare fino a condurre alla dissoluzione
quell’organismo politico che per quattro anni aveva cercato con la
forza delle armi di separarsi dagli Stati Uniti. Da quel momento,
Gettysburg sarebbe entrata nella leggenda oltre che nella
storia,sarebbe diventata il punto dell’Alta Marea Confederata,che
da quel momento in poi avrebbe cominciato a rifluire. Indubbiamente
la battaglia in se è stato un evento molto importante,ma non
decisivo,almeno da un punto di vista strettamente militare. D’altro
canto se si accetta la visione della Guerra di Secessione,come prima
guerra moderna,diventa assiomatico che Gettysburg non fu Waterloo e
che per quanto fondamentale possa essere stato il successo conseguito
da Meade e dai suoi uomini,da solo non avrebbe modificato le sorti
del conflitto. La battaglia tuttavia fu sanguinosa e drammatica. I
Sudisti furono quasi sul punto di vincerla,ma si scontrarono con un
nemico deciso,caparbio,risoluto a non cedere neanche un metro di
terreno ,che per molti degli uomini in blu era il giardino di casa.
Tanti furono gli episodi di valore che furono il sale di questa
immane tragedia che è entrata nell’epos americano.
L’autore
ha basato la trattazione della battaglia sopratutto sulle fonti
primarie,senza trascurare ovviamente i numerosissimi testi oggi
disponibili,lasciando che nella maggior parte dei casi fossero i
protagonisti a parlare,a descrivere gli eventi e gli orrori di cui
furono i diretti testimoni,lasciando a noi in eredità la memoria di
un evento che ha cambiato per sempre il corso della Storia.
GETTYSBURG-GIUSEPPE RUFINO-ANNO2008-PAG.197

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Segnaliamo di Giuseppe Rizzo Schettino

La lotta per il timone del
repubblicanesimo risorgimentale iniziò nel 1831 e vide come
protagonisti Filippo Buonarroti e il giovane Mazzini. Soprattutto
attraverso il racconto della vita e il pensiero di Carlo Bianco si
può comprendere come essa si sia risolta in favore del ligure nel
febbraio 1833, allorché il fondatore della Giovine Italia censurò
l’autore della Guerra nazionale d’insurrezione per bande
applicata all’Italia in corrispondenza della pubblicazione del
Manuale Pratico del Rivoluzionario Italiano.
Il genovese
non volle assolutamente che le idee di uguaglianza, dittatura
rivoluzionaria unica e terrore comparissero nello scritto, stampato
sotto l’alta egida della sua Società.
Mazzini reagì per non
essere confuso con chi era pronto a piantare l’albero della libertà
o, peggio, a innalzare la ghigliottina.
In proposito ricordiamo che sulle indicazioni del Manuale Pratico del Rivoluzionario Italiano gli insorti palermitani del 1860 costruirono addirittura un cannone!
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Presentiamo l'ultimo lavoro di Angelo Nataloni ed Andrea Soglia che certamente non potrà che destare l'interesse dei nostri soci e dei nostri visitatori.

Castellani
oltre il Piave: il ricordo e la memoria. 175
PAGINE E 180 IMMAGINI (formato 30 cm x 21 cm) Lettere e fotografie
inedite di soldati romagnoli durante la Grande Guerra unite a
preziose testimonianze dal cosiddetto fronte interno. La Grande
guerra vista con gli occhi di chi gli ordini li eseguiva e non li
dava.
Da una recensione apparsa sulla rivista Aquile
in Guerra (Nr. 15/2007 - pp 19-20) della Società Storica per la
Guerra Bianca: "Il libro, edito nel 2006, costituisce
un'interessante e ben riuscito esempio di memorialistica minore,
ovvero per dirla con le parole di Mario Rigoni Stern nella prolusione
al libro - un esempio di storia dei minori - …… ………Un libro
quindi che, per il suo interesse e per la sua completezza, merita di
essere conosciuto anche al di fuori della ristretta cerchia dei
castellani, ma che può interessare tutti i cultori e gli
appassionati della Grande Guerra.
Dalla prolusione di Mario
Rigoni Stern:
"Riproporre documenti e memorie dei
cittadini di Castel Bolognese che hanno partecipato alla Grande
Guerra, magari dando loro giovinezza, è un'azione degna e meritoria.
La storia dei minori non si deve dimenticare, questo è un dovere
anche per i contemporanei e per i discendenti di quei semplici
soldati che nelle trincee, tra il 24 maggio 1915 e il 4 novembre
1918, hanno preso conoscenza della grande tragedia con forza di
sopportazione a fianco di cittadini di ogni regione e dialetto
d'Italia.
Loro non esaltavano la violenza, il loro eroismo era di
sopportare il fango, la sete, i pidocchi, il sonno. Sia il loro
ricordo di rispetto, di amore e i riconoscenza; il loro sacrificio un
invito alla tolleranza, alla chiarezza e all'onestà"
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Anche se l'argomento non è strettamente di storia militare questo libro di Alberto Rosselli va preso in considerazione da chiunque voglia ricordarsi di quante lotte per la libertà ed i diritti umani si sono combattute, e non solo con le armi.

Essere Cristiani in Cina, Breve storia di una comunità spirituale sempre in bilico tra annientamento e speranza di Alberto Rosselli: * Gianni Iuculano Editore Piazza Petrarca, 28 - 27100 Pavia - * Tel.0382 539830 - Fax.0382 531693 info@iuculanoeditore.it * http://www.iuculanoeditore.it
Sebbene la Repubblica
Popolare Cinese continui a dichiararsi un Paese ateo, in realtà esso
conta al suo interno una popolazione religiosa costituita da ben 540
milioni di individui (su un totale di 1 miliardo e 300 milioni di
abitanti) dei quali, tuttavia, soltanto 300 milioni dichiarerebbero
apertamente la propria fede per non incorrere in discriminazioni da
parte dello Stato.
Nonostante l'articolo n. 36 della Costituzione
consenta a tutti i cittadini di esercitare "libertà di credo",
in questo vasto Paese l'essere professanti costituisce ancora un
handicap di non poco conto, un effettivo status di 'diversità' che
può precludere il beneficio dei più elementari diritti umani. Una
situazione dolorosa e paradossale se si considera che a partire dagli
anni Novanta in Cina nessuno crede più al mito del comunismo.
E
mentre il patrimonio culturale del socialismo maoista si sgretola di
fronte all'epocale mutazione capitalista di questo immenso Paese, i
vertici di Pechino si trovano a dovere fronteggiare - spesso con la
violenza - una temuta realtà, fino ad appena un decennio fa
totalmente inimmaginabile, cioè la spontanea rinascita tra le masse
- disgustate dalla crescente corruzione delle istituzioni e deluse
dal tradimento degli impossibili ideali di giustizia sociale
predicati per decenni dallo stato materialista - del sentimento
religioso. Quello che oggi reclamano milioni di giovani cinesi,
soprattutto giovani, assetati non soltanto di facile e aleatorio
benessere materiale, ma anche di dignità e autentica giustizia.
Alberto Rosselli, giornalista e saggista storico genovese, ha collaborato e collabora da tempo con diversi quotidiani italiani ed esteri (tra cui Il Giornale, Libero, l'Indipendente e Il Secolo d'Italia, Il Borghese, Maariv-Tel Aviv) e con periodici nazionali (tra cui l'Europeo, Storia del Novecento e Storia Verità, di cui è Direttore editoriale) e con svariati siti internet tematici di storia, etnologia, storia militare e diplomatica e geopolitica italiani, statunitensi, tedeschi e olandesi. Come studioso di storia moderna, contemporanea e militare ha al suo attivo alcune opere di narrativa e diversi saggi tra cui Québec 1759, Il Conflitto anglo- francese in Nord America 1756-1763 (tradotto anche in lingua inglese), Il Tramonto della Mezzaluna - L'Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, La resistenza antisovietica in Europa Orientale 1944-1956, L' Ultima Colonia - la guerra coloniale in Africa Orientale Tedesca 1914 - 1918; Il Ventennio in Celluloide (in collaborazione con Bruno Pampaloni); Sulla Turchia e l'Europa; L'Olocausto armeno; Storie Segrete della Seconda Guerra Mondiale; Il Movimento panturanico e la ' Grande Turchia' e La persecuzione dei cattolici nella Spagna repubblicana 1931-1939.
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Presentiamo con piacere e raccomandiamo a tutti i soci l'ultima fatica di Gianandrea Galiani la preparazione del quale ci sembra quasi inutile sottolineare.
Gianandrea Gaiani
IRAQ - AFGHANISTAN - GUERRE DI PACE ITALIANE

Collana:
Secreta Editore: Studio LT2 Formato: 13,5x21 cm Pagine: 260
Illustrazioni e legatura: Brossura cucita ISBN: 978-88-88028-13-2
Prezzo: 18,00 Euro
STUDIO LT2 Dorsoduro, 1213 30123 Venezia T 041
52 32 034 F 041 24 15 371 - studio_lt2@libreriatoletta.it
www.libreriatoletta.it
Esiste
una via italiana alla guerra? Un’analisi
senza pregiudizi né facili moralismi di come le Forze Armate della
Repubblica siano intervenute nei due principali teatri d’operazioni
in cui l’autorità politica le ha inviate, Iraq e
Afghanistan.
L’argomento:
Esiste
un'italian way of war? Un modo tutto italiano di partecipare ai
conflitti negando di fare la guerra?
Schierando le truppe, ma
limitando l'impegno bellico e l'esposizione politica?
Guerre di
pace italiane esamina la partecipazione militare italiana alle guerre
scoppiate dopo l'11 settembre, in particolare Afghanistan e Iraq,
approfondendo i temi operativi, politici e mediatici che
contraddistinguono le ambiguità dell'Italia in guerra e in parte già
emersi durante i conflitti nel Golfo (1991), in Somalia (1993-94) e
in Kosovo (1999).
Nei più importanti teatri bellici l'Italia ha
spesso schierato truppe e mezzi insufficienti che hanno lasciato i
contingenti più esposti alle offensive di milizie e terroristi. In
altri casi sono state messe in campo forze potenti, ma non
autorizzate a combattere. Scelte dettate dall'esigenza di essere al
fianco dei nostri alleati anglo-americani pur senza correre i rischi
politici derivanti da un reale ruolo bellico. Ambiguità che hanno
esposto l'Italia a brutte figure con gli alleati senza riuscire a
risparmiarci i lutti e le conseguenze dei conflitti.
Due governi,
di diverso colore politico, hanno cercato di coprire la realtà dei
combattimenti utilizzando la retorica delle "missioni di pace"
e delle "operazioni umanitarie" complice anche una censura
mediatica senza precedenti in una democrazia. Anche per questa
ragione le vittime militari di attentati terroristici hanno avuto
grande visibilità, mentre i soldati distintisi in combattimento e
decorati per eroismo sono rimasti sconosciuti. Il libro si sofferma
anche sulle difficoltà sociali e politiche, evidenti in Italia e più
in generale in Europa, ad accettare il concetto stesso di guerra e ad
affrontare le perdite che un conflitto inevitabilmente comporta.
Limiti che inesorabilmente condizionano la politica estera italiana
portandoci sempre di più ai margini
dell'Occidente.
L’autore:
Gianandrea
Gaiani è nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia
Contemporanea. Dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche,
studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra per numerose
testate giornalistiche.
Attualmente scrive sui quotidiani Il Sole
24 Ore, Il Foglio, Libero, il Corriere del Ticino, i settimanali
Panorama e Gente ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio
Capital.
Dal gennaio 2000 dirige il web-magazine Analisi Difesa
(www.analisidifesa.it)
Dal 1991
ha realizzato reportage da numerose aree di crisi e ha seguito sul
campo le operazioni militari italiane in Kurdistan, Somalia,
Mozambico, Albania, Croazia, Bosnia, Macedonia, Kosovo, Afghanistan,
Sinai e Iraq.
Dal 1999 collabora con l’Istituto di Studi
Militari Marittimi di Venezia (ISMM) e ha insegnato all’Istituto
Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) di Roma.
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Presentiamo l'edizione a stampa del volume di Umberto Maria Milizia e Piero Pastoretto su Le Quinqueremi. Tutto il testo è stato profondamente corretto e riveduto rispetto all'edizione precedente.

Il volume è una attendibile ricostruzione della temibile macchina da guerra che consentì ai Romani la supremazia nel Mediterraneo, sulla base di una attenta e profonda disanima delle fonti letterarie ed archeologiche. Esso fornisce una convincente risposta a tutti i problemi relativi alla forma, tecnica ed impiego della più famosa nave da battaglia dell'antichità, fornendone una proposta di ricostruzione originale ma estremamente realistica.
Volume di 176
pp. con illustrazioni
ISBN 9788890102233
Prezzo Euro 25,00 IVA
inclusa.
Per l'acquisto
rivolgersi a:
prof. Umberto Maria Milizia, via dell'Assietta, 2
I
- 00141 ROMA
Tel +39.0664495081
portatile
+39.3491622359
e-mail: <silvanagrifi@libero.it>
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Finalmente un libro serio su di un argomento poco conosciuto e studiato!
Consigliamo di leggere l'interessante introduzione tra gli articoli.
Giovanni Cecini
I SOLDATI EBREI DI MUSSOLINI
I Militari Israeliti nel periodo fascista.
MURSIA EDITORE

"L’antisemitismo non esiste in Italia. Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente. Essi occupano posti elevati nell’esercito. Tutta una serie sono generali." Benito Mussolini, marzo 1932
Tra il 1848 e il 1938 la
partecipazione dei cittadini di religione ebraica alle forze armate
italiane fu attiva e decisiva sia in pace sia in guerra. Prendendo
parte con valore a tutte le battaglie risorgimentali e a tutti i
conflitti successivi, essi dimostrarono un forte senso d’identità
con i destini della Patria e del regime fascista.
Durante il
Risorgimento il re Carlo Alberto concesse piena uguaglianza,
integrazione ed emancipazione alla minoranza ebraica. Il patriottismo
e il militarismo fecero il resto, sostituendo l’appartenenza
religiosa, creando un’identità nazionale solida e annullando
qualsiasi differenza tra cristiani e israeliti. La situazione
imperturbata si protrasse anche in periodo fascista: alcuni
collaboratori di spicco di Mussolini erano ebrei e il consenso non
mancò, come non si esaurì il continuo affluire dei giovani
israeliti in divisa.
Con la guerra di Etiopia, la sterzata
totalitaria e l’avvicinamento alla Germania nazista, la politica
mussoliniana cambiò rotta, verso la progressiva discriminazione e
persecuzione degli ebrei italiani, militari compresi.
Giovanni Cecini, nato a Roma nel 1979, è laureato in Scienze Politiche e in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza». Socio dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e collaboratore dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. È autore di articoli e saggi sulle riviste «Unuci», «Ha Keillah», «Il Secondo Risorgimento d’Italia», «Nike - La rivista delle scienze politiche» e «DEP» dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, tra cui L’occupazione italiana della Provenza (2005), Un intellettuale italiano: «l’Educatore fascista» Giovanni Gentile (2006) e Dall’Impero alla Repubblica. Il Corpo di Spedizione italiano in Anatolia (2007).
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Anche se non sembra di interesse per la Storia Militare segnaliamo (scusandoci per il ritardo) un'opera di Lanfranco Sanna, il Dizionario del Dialetto Comanino, edito a cura di ITALIA NOSTRA, che come tutti i lavori di questo genere, è estremamente utile per una corretta lettura dei documenti del passato la cui lingua differisce dall'attuale non solo nella pronuncia ma anche nel significato dei termini, cosa che ha portato (e porta) spesso ad equivoci interpretativi.

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Segnaliamo l'uscita in libreria del libro di Luca Vaglica I Prigionieri di Guerra Italiani in URSS tra Propaganda e Rieducazione Politica. "L'Alba", 1943- 1946, "Prospettiva Editrice", Civitavecchia, €12,00.

Si tratta del risultato di
un lavoro durato quasi due anni di ricerche condotte principalmente
presso l'archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore
dell'Esercito (USSME) a Roma, consultando documenti ancora inediti,
Istituti storici della Resistenza, biblioteche e archivi pubblici e
privati, ma soprattutto raccogliendo la testimonianza diretta e
preziosa dei reduci dalla prigionia nei campi sovietici.
L'idea
di affrontare questo tema così delicato è nata da un'esperienza
personale diretta, un prozio appartenuto alla Brigata Alpina Julia
disperso in Russia alla memoria del quale è dedicato il libro
stesso. Il mio ha voluto essere un lavoro non tanto sulla campagna
militare dello CSIR prima e dell'ARMIR in seguito contro l'Unione
Sovietica quanto sulla descrizione della vita quotidiana nei lager
sovietici, concentrando l'attenzione sull'attività di propaganda e
rieducazione politica svolta ai danni dei nostri soldati e ufficiali.
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Dalla casa editrice Greco § Greco Editori riceviamo con piacere questa segnalazione:
Roberto Azzalin
Vittorio
Daverio pilota dell'aviazione coloniale
L'Africa
Orientale nelle lettere e nelle immagini (1937/1939)
L'avventurosa vita del combattente varesino Vittorio Daverio, Caduto il 06/04/1944 durante un agguato teso alla leggendaria Squadriglia Autonoma "Faggioni", in cui il suo aerosilurante SM 79 decollato quello stesso giorno dal "Campo della Promessa" di Lonate Pozzolo per una crociera di trasferimento in zona di operazioni al Campo trampolino di Sant'Egidio, fu abbattuto alle spalle sulla Valdarno da una squadriglia di caccia bombardieri P-47 Thunderbolt statunitensi, avvertiti per tempo del passaggio degli aerosiluranti italiani. I resti mortali del pilota riposano in Pace al Sacrario dei Caduti al Cimitero di Trespiano dopo essere stati raccolti, composti, identificati ed inumati da mani pietose.
Collana: Nargre - Storia. Anno: 2006; Pagine: 158; ISBN: 88-7980-420-0. Prezzo: €10,50
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Di Andrea
Lombardi, Presidente dell'Associazione Culturale e di Storia Vivente
"ITALIA" segnaliamo volentieri:
Andrea
Lombardi
BATTERIE...FUOCO!

Storia, uomini, uniformi e
tattiche delle unità d´Artiglieria, Nebelwerfer & Mortal della
Heer 1939-1945
Il testo tratta la storia, l´organizzazione e le
tattiche della "Heeresartillerie" attraverso le schede
storiche di tutti i corpi, divisioni, brigate, reggimenti, reparti e
batterie dell´artiglieria indipendente dell´esercito tedesco,
compresa la Nebeltruppe, i reparti dell´artiglieria costiera,
l´artiglieria ferroviaria e l´artiglieria delle fortificazioni,
oltre ai lanciagranate e ai battaglioni di mitragliatori. Sono
incluse anche le descrizioni e gli elenchi dei Comandanti
d´Artiglieria, delle unità d´osservazione e di supporto tecnico,
le tattiche impiegate, i simboli tattici, le schede biografiche dei
decorati con la croce di ferro di prima classe, le caratteristiche
tecniche dei pezzi d´artiglieria tedeschi e dei loro traini
meccanici. 344 pagine oltre 100 foto e 10 profili in b/n , formato
17x24 Lingua: italiana € 32,00
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General
E. Raus
a cura di Andrea Lombardi
DA
STALINGRADO A KHARKOV

Il presente studio, scritto per conto dell´US Army dal generale Erhard Raus (esperto nell´impiego delle unità corazzate), riguarda la tattiche particolari adottate dalla Wehrmacht e dall´Armata Rossa in due delle più importanti battaglie svoltesi sul fronte orientale: la battaglia di Stalingrado e la quarta battaglia di Kharkov. L´autore analizza nella prima parte le tattiche impiegate dai reparti corazzati della 6.Panzer-Division, da lui comandata, durante l´operazione "Wintergewitter" del novembre 1942. Nella seconda parte sono prese in esame le tattiche russe impiegate nei combattimenti sul fiume Donets dell´estate 1943 contro il XI Armee-Korps. Lo studio è integrato dal resoconto della fase culminante della quarta battaglia di Kharkov. 198 pagine oltre 50 illustrazioni in b/n , formato 14x21 Lingua: italiana € 20,00
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IMPORTANTE RICONOSCIMENTODELL'UNIVERSITÀ' DI VENEZIA CA' FOSCARI ALLO STORICO GENOVESE ALBERTO ROSSELLI:
II saggio di storia del giornalista e storico genovese Alberto Rosselli:
Il tramonto della Mezzaluna
l'Impero Ottomano durante la Prima Guerra mondiale,
edito da Rizzoli BUR, è stato inserito tra i tre principali libri di testo dello speciale corso di Storia dell'Impero Ottomano condotto dalla Professoressa MariaPia Pedani, docente della prestigiosa Università Ca" Foscari di Venezia. Il Tramonto della Mezzaluna ripercorre ed analizza le ultime drammatiche fasi di uno dei più singolari e potenti fenomeni statuali islamici: l'ImperoOttomano. Il testo rivisita tutte le fasi e gli avvenimenti, militari, politici e diplomatici, che hanno caratterizzato o fatto da sfondo a uno degli eventi più importanti e densi di conseguenze del XX secolo, evidenziando inoltrel'origine e il peso di un fattore, quello religioso islamico, che all'alba di questo terzo millennio sembra esseretornato a condizionare le relazioni delle numerose comunità un tempo governate, e controllate, dalla SacraPorta ed oggi costrette ad affrontare il problema dell'affermazione della propria identità ed autonomia in uncontesto geopolitico assai frastagliato e sostanzialmente fragile: vedi taluni Paesi mediorientali e caucasici (Irak, Iran, Afghanistan e Cecenia). (da Il Gazzettino di Venezia)

Di Alberto Rosselli ricordiamo ancora:
Alberto
Rosselli, genovese, giornalista e saggista storico. collabora da
tempo con diverse testate nazionali ed straniere e con siti internet
tematici. Come studioso di storia moderna, contemporanea e militare
ha al suo attivo diversi saggi tra cui Quebec
1759, lI conflitto anglo-froncese
in Nord America 1756-1763, tradotto
anche in lingua inglese, e Il
Tramonto dello Mezzaluna, Limpero Ottomano nella Prima Guerra
Mondiole (2004).
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L'ultima
Colonia
La guerra coloniale in Africa Orientale Tedesca
1914-1918
Gianni Iuculano Editore, Pavia, 2005.
L'Ultima
Colonia è un saggio storico incentrato su una delle più importanti
e meno note campagne militari della Prima Guerra Mondiale, quella
relativa alla difesa da parte delle forze tedesche, al comando del
leggendario colonnello Paul von Lettow Vorbeck, della colonia del
Tanganika, isolata dalla madrepatria ed attaccata dagli eserciti
britannici, belgi e portoghesi facenti parte dellIntesa.
Il libro
analizza - sia sotto il profilo politico-economico che
diplomatico-militare - i rapporti delle Potenze e dei rispettivi
possedimenti europei alla vigilia e durante la Grande Guerra e tutte
le fasi della campagna dAfrica Orientale che vide il piccolo
contingente del colonnello Vorbeck impegnato in un confronto senza
speranze. (Il testo, corredato da una sezione iconografica contenente
rare immagini e mappe, descrive dettagliatamente le forze in campo e
le tattiche e le strategie adottate. LUltima Colonia (titolo che fa
esplicito riferimento alla difesa dellultimo possedimento dellimpero
coloniale del kaiser) ripercorre, attraverso aneddoti e memorie
tratte dai diari dei protagonisti e dalle relazioni ufficiali depoca,
levolversi della più vasta, lunga ed impegnativa campagna combattuta
da eserciti europei nel cuore di una regione equatoriale,
caratterizzata da un habitat e da condizioni climatiche estremamente
ostili: una contesa che si protrasse per oltre quattro anni con
enormi perdite per entrambi i contendenti e che si concluse soltanto
dopo la fine della guerra in Europa.

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Ecco una serie di verità scomode, ancora oggi, a molti, e non solo all'estero.
La
resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944 -
1956
EDIZIONI SIGILLO - ¬16
Quello della lotta
armata contro le dittature facenti capo a Mosca è stato un fenomeno
sostanzialmente negletto, anche perché i regimi marxisti hanno
provveduto con successo ad occultarne e minimizzarne la portata,
attribuendone lorigine non tanto alla oggettiva violenza e
impopolarità del sistema socio-economico comunista, ma alla supposta
matrice reazionaria dei vari movimenti ribelli e alla concomitante
azione destabilizzatrice esercitata su questi ultimi dalle potenze
occidentali interessate a minare lintegrità e la solidità del mondo
socialista. Abbiamo dovuto attendere il definitivo collasso del
sistema sovietico per venire a conoscenza di questi fenomeni che
hanno interessato non solo i Paesi Baltici, lUcraina, la Romania e la
Polonia, ma anche alcuni paesi balcanici come la Iugoslavia e
lAlbania.
1
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Diretta da
Marco Montagna la Marvia Edizioni presenta una nuova
rivista,
MILITES
dedicata agli
appasionati di uniformi ed armi. La rivista è assai curata, ricca di
articoli che vanno oltre la specificità del collezionismo,
approfondendo le ragioni storiche degli argomenti trattati e di
sicuro interesse per tutti i nostri soci e
simpatizzanti.
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Carlo Lagomarsino e Andrea Lombardi
Lo
sbarco di Anzio
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1.Per
la prima volta in italiano è presentato integralmente il diario di
guerra (Kriegstagebuch) della 14. Armee, impegnata dal gennaio al
maggio del 1944 nel contrasto dello sbarco Alleato ad
Anzio-Nettuno.
Integrano il diario il resoconto dei
combattimenti nella testa di ponte scritto dal Generalfeldmarschall
Albert Kesselring, schede delle Divisioni, dei Gruppi di Artiglieria,
delle unità di Sturmgeschutz e Panzerjager combattenti ad Anzio,
schede biografiche dei Comandanti tedeschi oltre ad ordini di
battaglia e documenti inediti provenienti dai National Archives
(NARA) di Washington.
200 pagine, 20 pagine fuori testo di documenti, alcune foto in b/n, f.to 17x24, ¬ 21,00.
Effepi
Edizioni,
Genova.
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Cannoni
d'Assalto Avanti!
Storia, Uomini, Uniformi e Tattiche della Sturmartillerie 1940-1945
Il
testo comprende la genesi l'organizzazione e le tattiche della
Sturmartillerie, le schede storiche di ogni unità StuG della
Wehrmacht e delle Waffen-SS, gli elenchi dei decorati della
Ritterkreuz, della Deutsche Kreuz in Gold e della Ehrenblattspange,
le schede biografiche degli assi degli Sturmgeschutz, le
caratteristiche tecniche dei cannoni d'assalto tedeschi, delle loro
varianti e dei veicoli di supporto oltre a tavole a colori
illustranti le uniformi, i fregi tattici e 16 profili dei corazzati
delle unità dell'Artiglieria d'assalto.
Incluse
più di 360 foto, la maggior parte inedite, di
Sturmgeschütz III, Sturmgeschütz IV,
Sturmpanzer IV, Jagdpanzer 38 (t), Jagdpanzer IV,
Panzer-Sturmmörser-Tiger e rare foto del Panzer Jäger
Abteilung "Feldherrnhalle 1" e di altre unitÆdi
Sturmgeschotz tratte da Album fotografici di veterani
450
pagine, oltre 360 foto in bianco e nero, 8 tavole a colori, 10
disegni al tratto, f.to 17x24, ¬ 34,00.
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Effepi
Edizioni, Genova.
La
Prima Guerra Mondiale sul Fronte Carinziano
di Davide Tonazzi
Ho sempre pensato fosse relativamente facile fare un libro fotografico... é proprio vero che le idee sono fatte per cambiare. Non troverete foto di materiali particolari e combattimenti feroci, ma grandi spazi e venti che respirano tra pini e rocce. Sembra che la montagna, sia indifferente a quei soldati a lei aggrappati, come se la guerra durasse un sospiro. Scene di vita al fronte, in un settore particolare, dove giù a valle c'era casa. L'autore ha fatto un lavoro titanico, individuando esattamente postazioni e vedute. Potreste girare con il libro in mano e percorrendo quei sentieri, vedreste esattamente le stesse cose, immobili nel tempo. 220 pagine per volume, rilegate seriamente. L'unica cosa modesta di questo lavoro è il prezzo. Del primo volume, riguardante il settore Val Saisera in italiano e tedesco é ancora disponibile qualche pezzo, sempre a 26 Euro. Il secondo volume in italiano e inglese, fresco di stampa, tratta del fronte sul gruppo del Raibl. Il prezzo è 28 euro. E' possibile contattare direttamente l'autore per ordinarlo con una E-mail davidetonazzi@virgilio.it
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FRANCO
FORLANI
LA MIA GUERRA
Da Molinella al Don, ai lager tedeschi
Molinella,
2002
Osservando la pianura bolognese, là dove il Reno si fa
vicino, non è facile immaginare una penna nera che sbuca dalle
nebbie e cammina tra i filari dei pioppi.
E invece proprio da San
Pietro Capofiume, frazione di Molinella, partì nel 1941 un giovane
destinato a vestire la divisa di ufficiale dellartiglieria
alpina.
Stiamo parlando di Franco Forlani, che dopo lavventura
bellica si laureò in Scienze Agrarie e divenne penna bianca,
raggiungendo il grado di Tenente Colonnello.
E di avventura, irta
di rischi e di pericoli, si trattò davvero!
Superato il duro
addestramento della Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad
Aosta e della Scuola Allievi Ufficiali di Complemento a Bra (CN), il
giovane Sottotenente fu assegnato alla 19 a batteria del Gruppo
Vicenza (2° Reggimento Artiglieria Alpina, Divisione Tridentina) ed
inviato in Russia con il suo reparto. Dopo aver partecipato alle
azioni belliche del 1942, Franco Forlani si trovò coinvolto nella
tragica ritirata, durante la quale si prodigò oltre ogni limite per
salvare i propri commilitoni.
Il Capitano Giacomo Veglia , caduto
a terra con un femore fracassato, così scrive : Nessuno si curò di
me; solo dopo qualche istante sopraggiunse di corsa il Sottotenente
Forlani&che, come mi vide, sordo ai miei inviti di salvare se
stesso, tornò indietro per raccogliere un elmetto da mettermi in
capo, si pose al mio fianco facendomi scudo con il suo corpo&attese
una slitta, fermò un mulo spaventato, mi caricò sulla slitta e,
messosi alla briglia del mulo, iniziò una corsa che durò mezzora,
portandomi in salvo. Più tardi, unico ufficiale del Com. Gruppo,
seppure stremato, portò per tredici giorni avanti il reparto, fino
alla salvezza.
Crediamo che le parole del Capitano Veglia non
necessitino di commento.
Un ufficiale valoroso come Forlani,
decorato di Croce di Guerra al Valor Militare, non poteva mancare
agli appuntamenti successivi, e soprattutto a Nikolajewka, ove diede
il suo contributo al vittorioso esito di quella battaglia, rischiando
ancora una volta la propria vita.
Rientrato in Italia, finì al
campo contumaciale di Dobbiaco e, dopo l8 settembre, fu
internato in Germania per aver rifiutato di collaborare con i
Tedeschi.
Il periodo trascorso nei lager nazisti fu terribile, ma
Franco Forlani seppe superare anche quella prova, fedele ai principi
di onore e dignità che sempre lo avevano ispirato e
sostenuto.
Giunse poi, finalmente, lalba più attesa : quella del
giorno in cui, assieme agli altri prigionieri, riassaporò il piacere
incomparabile della libertà, preludio all agognato, anche se
difficoltoso, rientro in Italia, per riabbracciare i suoi cari e
rivedere il paese natale.
Limpido e scorrevole, il libro che
Forlani ci ha regalato a 60 anni dalla sua partenza per la Russia, si
legge dun fiato e ci induce a riflettere sulla testimonianza preziosa
di un autentica penna nera, capace di non dimenticare il sorriso e
lironia anche nelle circostanze più tristi e dolorose.
Quel
sorriso e quellironia che può permettersi solo chi ha la serena
coscienza del dovere compiuto fino in fondo, senza nulla chiedere in
cambio delleroismo concretamente vissuto. Senza retorica e con la
semplicità danimo che solo i grandi uomini riescono a conservare nel
tempo.
MARIO GALLOTTA
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Roberto
ROGGERO,
L'ultimo Fronte Occidentale. Dalla Normandia al Reno.
Milano, Greco & Greco Editori, 2002. pp. 499. Illustrazioni.
Roggero
è un Socio recente della Società di Cultura e Storia Militare:
pubblicista, giornalista e collaboratore di diverse riviste, ha già
a suo attivo numerose pubblicazioni ed articoli.
Il volume fa
parte di una ben più ampia serie di saggi storici dedicati alle
operazioni militari sui Fronti africano, russo ed italiano, che
l'Autore ha già pronti e sono in attesa di pubblicazione.
L'opera
- che parte dal presupposto che, nonostante la mole della
bibliografia accumulata, sulla seconda G.M. ci sia ancora molto da
dire - vuol essere certamente come uno studio oggettivo e documentato
dei fatti accaduti, ma anche una fonte di informazione agile e
fruibile per i lettori meno esperti di questioni militari e storiche.
In questo obiettivo l'Autore è agevolato dal possesso di una prosa
chiara e volutamente aliena da tecnicismi, e dalla sua lunga
esperienza di pubblicista.
Chi volesse prendere contatti con
l'Autore si può rivolgere alla Segretaria della SCSM.
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Andrea ALESSANDRINI
Nei Secoli Fedele& I Carabinieri a Tivoli.
Tivoli, 2001. pp. 104. Illustrazioni
Alessandrini
è un nostro Socio appena di appena diciottenne ma già molto
promettente. In più di due anni di laboriose ricerche condotte
presso l'Archivio Comunale del Comune tiburtino, il Museo Storico e
l'Archivio Storico dell'Arma dei Carabinieri, l'Archivio interno del
Comando Compagnia Carabinieri di Tivoli e quello della Sezione locale
dell'Associazione Nazionale dei Carabinieri (per citare solo le fonti
più importanti), l'Autore è riuscito a condensare, in una prosa
lineare e scorrevole, una panoramica completa della storia locale
dell'Arma. Una panoramica ridotta che però rispecchia, nelle linee
generali e nelle figure dei singoli Militi e dei singoli Ufficiali e
Sottufficiali, la storia nazionale della Forza Armata da sempre posta
alla difesa della legge ed alla sicurezza delle popolazioni.
Il
ricavato del volume sarà devoluto a favore dell'O.N.A.O.M.A.C.,
Opera Nazionale Assistenza Orfani Militari Arma dei Carabinieri.
Chi
volesse prendere contatti con l'Autore si può rivolgere alla
Segretaria della SCSM.
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Raffaele Pansini
MARTINO E LE STELLE
La sezione bolognese-romagnola dell'Associazione Nazionale Alpini, sottogruppo Alpini di Ferrara "S.Ten. Ivo Simoni", ci segnala il libro del Prof. Raffaele Pansini "Martino e le Stelle" in cui il prof. Pansini, docente emerito di Clinica Medica, rievoca i propri trascorsi militari in tempo di pace ed il tempo di guerra, quando fu ufficiale del Battaglione Vestone in Russia. Data la notorietà del Prof. Pansini e le sue numerose pubblicazioni scientifiche non dubitiamo dell'interesse che può suscitare il libro presso i soci della SCSM. Ci riserviamo una più approfondita recensione non appena possibile. Il libro può essere ordinato presso il Cap. Mario Gallotta, via della Fornace 22, 44100 - Ferrara, e-mail: mariogallotta@libero.it.
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Alberto
Rosselli
The Anglo-French conflict in
North America (1756-1763)
Format:
15x21
Binding: paperback
Page extent: 203
Illustrations:
b&w, maps
ISBN: 88-8163-244-6
List price: US$ 20
Italian
version

This historical essay has been given a relevance ranking by the Library of Congress in Washington.
The
volume studies the theme of the politcal and military contrast
between England and France in the 18th century, with particular
reference to the phase of the Seven Years' War in which the two
European powers were involved in the struggle for supremacy in the
Nord American continent. The essay describes the progress and
political, economic and social consequence of the long conflict, and
analyses the military and technical aspects of its pohases. This is
one of very texts by an italian author on this subject and focuses on
descriptions of the naval and land tactics and strategies used by the
powers involved in what has been called "the first world war in
history".
Italian journalist and writer, Alberto Rosselli has
taken an interest in modern and contemporary historical and military
themes for many years, and works with some of the best-known
specialist Italian and foreign magazines.
In 1997 he published the
essay "Quebec 1759" about the most important battle of the
Anglo-French conflict in North America (1756-1763). In the past
Rosselli has published several collections of historical stories and
researches and the features of Italian informations methods in the
media sector.
Preface
Chapter
1: 1755-1758: Balance of Power
Chapter 2: The Year of
Change
Chapter 3: The Siege of Quebec
Chapter 4: The Conquest
of Quebec
Chapter 5: Saint Foy: the last, futile French
victory
Chapter 6: The Tactical Role of the Navy in the Seven
Years' War
Chapter 7: Indian Tribes involved in the Anglo-French
war
Chronology

Preface
The battle fought on September 13, 1759, on the Plains of Abraham, at the gates of Quebec, was a momentous one: only the surrender of General Lee at Appomattox Court House in 1865 was to have such a tremendous impact on the history of North America. The victory scored by the French over the British at Sainte Foy seven months later, on April 28, 1760, did nothing to change the situation: Ah! A single warship, and the place would have been ours! said a French officer speaking of Quebec, to whom his English captor answered: You are quite right!. Such words underscore the true cause of the French defeat in the war for Canada: the British had command of the sea, and after the fall of Quebec in 1759 and French failure to retake it through lack of seapower, the empire of New France was doomed. Had Montcalm won the battle and overcome Wolfe, everything would have been different; or rather, had he stayed inside the fortress, waiting for Bougainville and his Indian allies to arrive and strike the vulnerable rear of Wolfes army, events would have taken a different turn& Still, this is merely empty speculation: events developed as they did, and not as they might have done&
The
story of Nouvelle France, which ended dramatically on the Plains of
Abraham, had been an epic, heroic and tragic one. Never, in the
northern part of the continent, had such a vast empire been built;
never had white men collaborated with the Indian nations and flocked
to the Jesuit Missions as in French America. First Cartier, then
Champlain had made the fateful choice of the rock and peninsula of
Quebec as the site of the future capital of New France. Then de
Maisonneuve had founded Montreal in the face of the Iroquois menace
and the Jesuit missionaries had marched into the wilderness,
defying
the primeval forest, the rapids of the mighty rivers, the harsh
climate and the terrible Iroquois, to organise a veritable chain of
missions. This had cost the French colonists, missionaries and
explorers sacrifices and much blood: the internecine struggle between
Indian tribes had put them on a collision course with the fearsome
Iroquois. Settlements had been destroyed and missionaries martyred;
yet in the end French tenacity had triumphed. Now, with the defeat at
Quebec it was all over. The River of Cartier wrote Bernard DeVoto,
was English. Champlain, Frontenac, La Salle, Jolliet, the martyred
Jesuits, Perrot, Duluth, Vérendrye, the shining company of great,
farseeing men moved beyond the sunset into the dark, leaving North
America only a memory of their dream. As Francis Parkman said, The
most momentous and far-reaching question ever brought to issue on
this Continent was: Shall the United States be one nation or two?.
Yet this
was really only one of two great issues on which the
destiny of the continent depended. The heroic story of the French
empire in North America deserved an end worthy of an epic poem: and
such was the Battle of Quebec.
This is why it has always exercised
such fascination on readers, historians and scholars alike and not
only in the New World. That French writers such as Etienne Salone
should be attracted by the epics of Nouvelle Franceis fairly
predictable. Yet Alberto Rosselli is an Italian: and I hear the
inevitable question arise: why should he be interested in the history
of New France?.Rosselli was a very thoughtful and intuitive young
student attending the school of North American history at the
University of Genoa.
When I founded it in the distant academic
year 1964-65, this was the first school in Italy dedicated wholly to
North American studies, starting from the tenuous beginnings of the
colonial era, when Canada was little more than a place on a map and
the United States still lay concealed in the distant future. Much
time was given over in Genoa to the history of the French American
empire; and students of the Genoese school were the first in Italy to
discover the fascinating history of New France. Some of those who
fell under its spell were fortunate enough to receive Canadian
research grants and travel across the Atlantic to study French
Canadian history under such scholars as the late William J. Eccles,
on whom the University of Genoa conferred an honorary degree.A bright
student, Alberto Rosselli started working very early in this field.
His choice of the Battle of Quebec as the subject of his early
research grew from his graduation thesis, which, in
turn,
generated this dense and rich book.In my opinion, it is right that an
Italian scholar should have dedicated himself to such a subject, for
he was and is able to bring to Canadian studies a refreshing
perspective, even a new dimension. Uninvolved in the (sometimes
nasty) quarrels between francophone and anglophone historians, he has
an impartial viewpoint that is not only free from prejudice but also
applies a long historical perspective that allows him to look at
events from a distance perhaps meaning that he can better distinguish
between light and shadow than historians too
closely involved in
local situations and problems. At any rate, this book is a remarkable
contribution to the study of an historical saga that does not cease
to fascinate scholars and general readers alike and it offers a key
to a fuller understanding of the complex problems of modern-day
North-America.
Raimondo
Luraghi
Professor Emeritus in American
History University of Genoa, Italy.